STUDIO LEGALE FORNENGO GERMANETTI
STUDIO LEGALE FORNENGO GERMANETTI

Notizie in Rilievo

 

Autovelox: multa nulla se l'autorità non fornisce prova dell'adeguata segnalazione

Giudice di Pace, Lecce, sentenza 15/03/2016 n° 1287

autovelox1_200Nel giudizio di opposizione avverso il verbale elevato a seguito di controllo automatico della velocità, è onere dell’autorità resistente fornire la prova fotografica, oltre che dell’accertamento in sé, anche del rispetto del precetto posto a suo carico dall’art. 4 del D.L. 121/2002, e quindi di aver apposto, lungo il tratto di strada sul quale è stata accertata l’infrazione, idonea segnaletica, ad informazione dei conducenti, che consente alle forze di polizia il rilevamento automatico e la contestazione non immediata.

Questo il principio affermato dal Giudice di Pace di Lecce in una recentissima pronuncia, la n. 1287 del 15 marzo 2016.

Nel caso specifico, la ricorrente, responsabile in solido in qualità di proprietaria dell’autoveicolo, nulla aveva potuto riferire in merito alle modalità dell’accertamento in quanto il conducente prematuramente scomparso, pochi giorni prima della notifica del verbale.

Il GdP, tuttavia, ha correttamente osservato che l’onere probatorio in relazione alla correttezza del proprio operato grava tutto in capo all’organo accertatore, attore sostanziale nel giudizio di opposizione a sanzione amministrativa.

L’autorità, pertanto, avrebbe dovuto fornire adeguata prova anche del rispetto dell’art. 142 del Codice della Strada, così come modificato dal D.L. n. 117 del 3 agosto 2007, convertito in Legge n. 160/2007, il quale prevede, appunto, che le postazioni di controllo automatico della velocità debbano essere segnalate e ben visibili.

“Anche la circolare 3 agosto 2007 del Ministero dell’Interno prescrive la segnalazione almeno 400 metri prima del punto in cui l’apparecchio di rilevamento della velocità era collocato. Il  D.M. 15 agosto 2007 e la circolare ministeriale dell’8 ottobre 2007 ribadivano l’esigenza di segnalare le postazioni di controllo con adeguato anticipo e in modo da garantirne il tempestivo avvistamento”.

L’assenza di prove in ordine al rispetto di tali prescrizioni fa discendere l’accoglimento del ricorso presentato poiché non sufficientemente provata la responsabilità del ricorrente.

 

(Altalex, 19 maggio 2016. Nota di Giuseppe Gatti)

“Illegittime le multe dei tutor anti velocità”

 

27/04/2016

MONDOVì

Francesco Benincasa e Fausto Nasi sono i due giudici di pace che hanno «dichiarato guerra» ai tutor. E le loro sentenze sono destinate a lasciare il segno. Perché l’orientamento del pool di Mondovì è di accogliere tutti i ricorsi degli automobilisti della Torino-Savona. In base alla sentenza della Corte costituzionale, che ha rivoluzionato il Codice della strada, stabilendo che l’articolo 45 comma 6 è di fatto illegittimo. Perché gli apparecchi per l’accertamento dei limiti di velocità vanno sottoposti a periodiche verifiche. 

La sentenza - discussa in primo grado a Mondovì da un automobilista torinese multato sulla To-Sv - finora era stata applicata solo agli autovelox. Benincasa e Nasi - è la novità - hanno deciso di estenderla ai tutor. «Ci siamo posti la questione dei tutor perché sono anch’essi strumenti di misurazione elettronica della velocità - dice Benincasa - e come tali vanno sottoposti a omologazione e taratura. Pena l’incostituzionalità». 

 

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DOVE SI TROVANO  

Sulla A6, dove i limiti di velocità vanno dai 90 ai 130 km orari, ce ne sono tre: tra Marene e Carmagnola (in ambo i sensi), nei pressi di Priero e Quiliano (già nel Savonese). I giudici «anti tutor» hanno competenza sulla tratta di Priero. Finora hanno accolto tutti i ricorsi. 

Motivo? Non vi è la certezza che i tutor siano tarati. E anche perfettamente sincronizzati, visto che il sistema registra gli orari di passaggio sotto i due portali, all’inizio e alla fine della tratta controllata, calcolando la velocità media. E la taratura è un documento che deve esibire, in caso di ricorso, la Prefettura al giudice, per certificare che l’apparecchio sia stato tarato di recente. «Documento mai prodotto - spiegano Benincasa e Nasi -, dunque non possiamo che accogliere i ricorsi. Quando i tutor verranno tarati, e chi di dovere esibirà in udienza una prova documentale, allora li respingeremo». Per ricorrere in giudizio servono 43 euro di pratica istruttoria e un limite massimo di tempo dalla contravvenzione: 30 giorni.  

 

 

Omicidio stradale: le pene previste per i nuovi reati in un'infografica

 

Pubblichiamo un'infografica che illustra le nuove pene per i reati stradali previsti dalla nuova legge sull'omicidio stradale (Legge 23 marzo 2016, n. 41).

 

L'infografica mette in evidenza le pene previste per ciascuna fattispecie di reato in relazione ai vari comportamenti e/o circostanze.

Per approfondimenti:

(Altalex, 21 aprile 2016)

Volo cancellato per guasto all'aereo: quando è possibile l'indennizzo?

 

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I problemi tecnici derivanti a causa della manutenzione non sono motivo per dispensare il vettore aereo dalla compensazione economica in favore dell'utente, a meno che non rientrino in vizio occulto di fabbricazione che incìde sulla sicurezza dei voli, atti di sabotaggio o di terrorismo.

E' quanto stabilito dalla sentenza 17 settembre 2015 della Corte di Giustizia Europea (Sezione IX, C-257/14) che ricostruisce il tessuto normativo della materia per approdare al suddetto principio, che va a colmare la lacuna delle seguenti norme.

Ai sensi della convenzione di Montreal, gli obblighi che incombono ai vettori aerei operativi dovrebbero essere limitati o dovrebbero non applicarsi nei casi in cui un evento è dovuto a circostanze eccezionali che non si sarebbero comunque potute evitare anche se fossero state adottate tutte le misure del caso. Siffatte circostanze possono, in particolare, ricorrere in caso di instabilità politica, condizioni meteorologiche incompatibili con l’effettuazione del volo in questione, rischi per la sicurezza, improvvise carenze del volo sotto il profilo della sicurezza e scioperi che si ripercuotono sull’attività di un vettore aereo operativo.

Dovrebbe essere considerata una circostanza eccezionale il caso in cui l’impatto di una decisione di gestione del traffico aereo in relazione ad un particolare aeromobile in un particolare giorno provochi un lungo ritardo, un ritardo che comporti un pernottamento o la cancellazione di uno o più voli per detto aeromobile, anche se tutte le ragionevoli misure sono state adottate dal vettore aereo interessato per evitare ritardi o cancellazioni».

L’articolo 3 di detto regolamento, intitolato «Ambito di applicazione», al paragrafo 1, lettera b), dispone quanto segue: « I. Il presente regolamento si applica: (…) ai passeggeri in partenza da un aeroporto situato in un paese terzo a destinazione di un aeroporto situato nel territorio di uno Stato membro soggetto alle disposizioni del trattato, salvo se i suddetti passeggeri hanno ricevuto benefici o una compensazione pecuniaria c assistenza nel paese terzo in questione, qualora il vettore aereo operante il volo in questione sia un vettore comunitario».

L’articolo 5 del medesimo regolamento stabilisce quanto segue: «In caso di cancellazione del volo, ai passeggeri interessati: (…) spetta la compensazione pecuniaria del vettore aereo operativo a nonna del Particolo 7 (…). Il vettore aereo operativo non è tenuto a pagare una compensazione pecuniaria a norma dell’articolo 7, se può dimostrare che la cancellazione del volo è dovuta a circostanze eccezionali che non si sarebbero comunque potute evitare anche se fossero state adottate tutte le misure del caso. L'articolo 7 dello stesso regolamento, intitolato «Diritto a compensazione pecuniaria»: «1.Quando è fatto riferimento al presente articolo, i passeggeri interessati ricevono una compensazione pecuniaria pari a: a) 250 EUR per tutte le tratte aeree inferiori o pari a 1.500 chilometri; b) 400 EUR per tutte le tratte aeree intracomunitarie superiori a 1.500 chilometri e per tutte le altre tratte comprese tra 1.500 e 3.500 chilometri; 600 EUR per le tratte aeree che non rientrano nelle lettere a) o b). Nel determinare la distanza si utilizza come base di calcolo l’ultima destinazione per la quale il passeggero subisce un ritardo all’arrivo rispetto all’orario previsto a causa del negato imbarco o della cancellazione del volo. Se ai passeggeri è offerto di raggiungere la loro destinazione finale imbarcandosi su un volo alternativo a norma dell'articolo 8, il cui orario di arrivo non supera: a) di due ore, per tutte le tratte aeree pari o inferiori a 1 500 km; b) di tre ore, per tutte le tratte aeree intracomunitarie superiori a 1.500 km e per tutte le altre tratte aeree comprese fra 1.500 e 3.500 km; c) di quattro ore, per tutte le tratte aeree che non rientrano nei casi di cui alle lettere a) o b), l’orario di arrivo previsto del volo originariamente prenotato, il vettore aereo operativo può ridurre del 50% la compensazione pecuniaria di cui al paragrafo 1. 2.La compensazione pecuniaria di cui al paragrafo 1 è pagata in contanti, mediante trasferimento bancario elettronico, con versamenti o assegni bancari, o, previo accordo firmato dal passeggero, con buoni di viaggio e/o altri servizi. 4. Le distanze di cui ai paragrafi 1 e 2 sono misurate secondo il metodo della rotta ortodromica».

L’articolo 13 del regolamento n. 261/2004 enuncia quanto segue: «Qualora il vettore aereo operativo versi una compensazione pecuniaria o ottemperi ad altri suoi obblighi ai sensi del presente regolamento, nessuna disposizione dello stesso può essere interpretata come limitazione al suo diritto di chiedere un risarcimento a chiunque, inclusi i terzi, conformemente al diritto applicabile. In particolare, il presente regolamento non limita in alcun modo il diritto del vettore aereo operativo di chiedere il rimborso ad un operatore turistico o qualunque altra persona con cui abbia stipulato un contratto. Del pari, nessuna disposizione del presente regolamento può essere interpretata come limitazione al diritto, di un operatore turistico o di un terzo che non sia un passeggero e con cui il vettore operativo ha stipulato un contratto, di chiedere un rimborso o un risarcimento al vettore operativo conformemente al diritto applicabile».

Ai sensi del punto 23 della sentenza Wallentin Hermann (C 549/07, EU:C:2008:771 ), un problema tecnico può rientrare nel novero delle "improvvise carenze del volo” ed è pertanto un “evento” ai sensi del punto 22 di tale sentenza; le circostanze collegate a detto evento possono tuttavia essere considerate “eccezionali” se riguardano un evento che non sia inerente al regolare esercizio delle attività del vettore aereo e sfugga al suo effettivo controllo, per la sua natura o per la sua origine, ai sensi del punto 23 della sentenza Wallentin Hermann (C 549/07, EU:C:200S:771); secondo il punto 24 della medesima sentenza, risolvere un problema tecnico causato da una carenza nella manutenzione di un apparecchio deve essere considerato inerente al normale esercizio dell’attività del vettore aereo; pertanto siffatti problemi tecnici, di per sé, non possono costituire circostanze eccezionali, ai sensi del punto 25 della sentenza Wallentin Hermann (C 549/07).

Orbene, nell’esercizio della loro attività, i vettori aerei devono regolarmente far fronte a problemi tecnici inevitabilmente connessi al funzionamento degli aeromobili. Così, i problemi tecnici emersi in occasione della manutenzione degli aeromobili, o a causa di una carenza di manutenzione, non possono costituire di per sé «circostanze eccezionali» ex articolo 5,  paragrafo 3, del regolamento n. 261/2004 (in tal senso, sentenza Wallentin Hermann, C 549/07). Ciò considerato, determinati problemi tecnici possono rientrare in queste circostanze eccezionali. Per esempio, nel caso in cui il costruttore degli apparecchi che costituiscono la flotta del vettore aereo in questione, o una competente autorità, rivelasse che tali apparecchi, già in servizio, presentano un vizio occulto di fabbricazione che incìde sulla sicurezza dei voli. Altresì, in presenza di danni causati agli aeromobili da atti di sabotaggio o di terrorismo (in tal senso, sentenza Wallentin Hermann, C 549/07).

Va inoltre precisato, infine, che anche quando, in funzione delle circostanze, un vettore aereo ritenga di poter far valere la colpa del fabbricante dì determinati pezzi difettosi, l’obiettivo principale del regolamento n. 261/2004, consistente nel garantire un elevato livello di protezione per i passeggeri, nonché 1’interpretazione restrittiva che si deve dare del relativo artìcolo 5, paragrafo 3, ostano a che detto vettore aereo possa giustificare il suo eventuale rifiuto di compensare i passeggeri che hanno subito gravi disagi adducendo la sussistenza di una «circostanza eccezionale». Al riguardo occorre ricordare che gli obblighi assolti in forza del regolamento n. 261/2004 non compromettono il diritto di detto vettore di chiedere il risarcimento a chiunque abbia cagionato il ritardo, compresi i terzi, come prevede l’articolo 13 di tale regolamento. Siffatto risarcimento è quindi idoneo ad attenuare o persino a cancellare l’onere finanziario sopportato dallo stesso vettore a causa di detti obblighi (sentenza Sturgeon).

Pertanto, non si può escludere, prima facie, che l’articolo 13 del regolamento n. 261/2004 possa essere fatto valere e applicato nei confronti di un fabbricante imputabile di colpa, al fine di ridurle, o addirittura di eliminare, l’onere finanziario sopportato da un vettore aereo in conseguenza degli obblighi ehe gli derivano da detto regolamento.

(Altalex, 9 ottobre 2015. Nota di Carmine Lattarulo)

 

 

Facebook: offendere su una bacheca è diffamazione a mezzo stampa

Cassazione penale, sez. I, sentenza 08/06/2015 n° 24431

Postare un commento offensivo sulla bacheca di facebook della persona offesa integra il reato di diffamazione a mezzo stampa. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24431/2015, ha stabilito che inserire un commento su una bacheca di un social network significa dare al suddetto messaggio una diffusione che potenzialmente ha la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, sicché, laddove questo sia offensivo, deve ritenersi integrata la fattispecie aggravata del reato di diffamazione.

La Cassazione si confronta con l’utilizzo illecito e smodato dei cosiddetti social network, e sottolinea la diffusività delle affermazioni che compaiono su tali siti. Proprio in ragione del fatto che i commenti che compaiono su tali social network hanno una diffusione capillare e potenzialmente illimitata, la Cassazione ritiene che le offese espresse in tal modo debbano ritenersi aggravate, come se commesse a mezzo stampa.

Il fatto

Il Giudice di pace di Roma, chiamato a giudicare una fattispecie diffamatoria, consistita nel postare un commento sulla bacheca facebook della persona offesa, dichiarava la sua incompetenza per materia a decidere in ordine al reato di cui all'art. 595 c.p., co. 3, precisando che, ancorchè non contestata, quella al suo esame integrava fattispecie aggravata ai sensi del terzo comma della norma incriminatrice.

Il Tribunale di Roma, monocraticamente composto, non riteneva però configurabile l'aggravante viceversa considerata dal giudice di pace – sostenendo che postare un commento sulla bacheca facebook della persona offesa non implica pubblicazione né diffusione del relativo contenuto offensivo, essendo tale diffusione possibile soltanto se non attivati, dalla stessa persona offesa meccanismi di protezione della privacy - declinava anch'esso la propria competenza a giudicare della fattispecie dedotta in favore del Giudice di pace di Roma e rimetteva pertanto gli atti alla Corte di Cassazione per la risoluzione del conflitto.

La decisione

La Cassazione, dopo aver ritenuto sussistente il conflitto, in quanto i due giudici ordinari, contemporaneamente, ricusavano entrambi di giudicare in ordine alla medesima vicenda giurisdizionale, dando così luogo a quella situazione di stallo processuale prevista dall'art. 28 c.p.p., rinvenivano nel caso di specie la competenza a conoscere del fatto dedotto in giudizio in capo al Tribunale di Roma, in composizione monocratica.

A siffatte conclusioni la Corte è pervenuta ricordando innanzitutto che i reati di ingiuria e diffamazione possono essere commessi a mezzo di internet (Cass., Sez. V, 17 novembre 2000, n. 4741; Cass., sez. V, 28 ottobre 2011, n.44126) e che quando ciò si verifica si è in presenza di un’ipotesi aggravata della fattispecie base (Cass., Sez. V, 16 ottobre 2012, n. 44980).

Quando poi l’offesa avvenga mediante i cosiddetti social network – ovvero, come nel caso di specie, su una bacheca facebook -, secondo la Corte di legittimità non vi è ragione per approdare a conclusioni diverse e non solo perché in questo caso v'è l'applicazione di risorse informatiche. Infatti, secondo la Cassazione l’ipotesi di reato di cui al terzo comma dell'art. 595 c.p.p. quale fattispecie aggravata del delitto di diffamazione trova il suo fondamento nella potenzialità, nella idoneità e nella capacità del mezzo utilizzato per la consumazione del reato a coinvolgere e raggiungere una pluralità di persone, ancorchè non individuate nello specifico ed apprezzabili soltanto in via potenziale, con ciò cagionando un maggiore e più diffuso danno alla persona offesa. D'altra parte lo strumento principe della fattispecie criminosa in esame è quello della stampa, al quale il codificatore ha giustapposto "qualsiasi altro mezzo di pubblicità", giacché anche in questo caso, per definizione, si determina una diffusione dell'offesa ed in tale tipologia, quella appunto del mezzo di pubblicità, la giurisprudenza nel tempo ha fatto rientrare, ad esempio, 1) un pubblico comizio (Cass., sez. V, 28 maggio 1998, n. 9384), 2) l'utilizzo, al fine di inviare un messaggio, della posta elettronica secondo le modalità del farward e cioè verso una pluralità di destinatari, trattandosi anch’esso di mezzo idoneo a provocare una ampia e indiscriminata diffusione della notizia tra un numero indeterminato di persone.

Anche la diffusione di un messaggio con le modalità consentite dall'utilizzo di una bacheca facebook ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, sia perché, per comune esperienza, bacheche di tal natura racchiudono un numero apprezzabile di persone, sia perché l'utilizzo di facebook integra una delle modalità attraverso le quali gruppi di soggetti socializzano le rispettive esperienze di vita, “valorizzando in primo luogo il rapporto interpersonale, che, proprio per il mezzo utilizzato, assume il profilo del rapporto interpersonale allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione”. Di conseguenza, deve ritenersi che la condotta di postare un commento sulla bacheca facebook realizza la pubblicizzazione e la diffusione del commento, per la idoneità del mezzo utilizzato a determinare la circolazione del commento tra un gruppo di persone comunque apprezzabile per composizione numerica, di guisa che, se offensivo tale commento, la relativa condotta rientra nella tipizzazione codicistica descritta dal terzo comma dell'art. 595 c.p.p.

La decisione in sintesi

Esito del ricorso

Risoluzione del conflitto di competenza con attribuzione a conoscere del fatto in capo al Tribunale in composizione monocratica, rinvenendo nella vicenda una ipotesi di diffamazione aggravata

Precedenti giurisprudenziali

Cassazione penale, Sezione V, sentenza 16 ottobre 2012, n. 44980;

Cassazione penale, Sezione V, sentenza 28 ottobre 2011, n. 44126;

Cassazione penale, Sezione V, sentenza 17 novembre 2000, n. 4741.

Riferimenti normativi

Codice penale, art. 595, comma 3.

 

 

Autovelox e tutor: da oggi le multe sono “incostituzionali”

La Corte Costituzionale dichiara illegittimo il codice della strada nella parte in cui non prevede l’obbligo di taratura degli autovelox, tutor e di tutti gli altri strumenti di controllo elettronico della velocità.

 

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Le multe con Autovelox e tutor sono, ora, tutte illegittime: e questo perché, la Corte Costituzionale, con una sentenza che stravolge i precedenti delle aule dei giudici di pace italiani e della stessa Cassazione, ha dichiarato incostituzionale il codice della strada nella parte in cui non prevede l’obbligo di sottoporre a verifiche periodiche e a taratura i sistemi di controllo elettronico della velocità dei veicoli. Questo significa che tutti gli apparecchi non “revisionati” periodicamente dalle autorità di polizia non potranno elevare più multe. Una mannaia per le casse dei Comuni che, sino ad oggi, hanno contato proprio sui velox e sui tutor per potersi finanziare.

Ma procediamo con ordine.

 

Sino ad oggi la Cassazione ha sempre rigettato i ricorsi degli automobilisti fondati sulla eccezione della mancata taratura dell’autovelox, dando ragione alle amministrazioni locali: e questo perché non esiste alcuna norma, nel nostro ordinamento, che prevede l’obbligo di taratura e di controllo periodico degli autovelox. E difatti così è. Tant’è vero che l’intervento di oggi della Corte Costituzionale è volto a colmare questa lacuna: la Corte, in particolare, è dovuta intervenire con una sentenza cosiddetta creativa, ossia che non fa altro che far “nascere” una nuova norma (prima, appunto, inesistente). E infatti, la Consulta scrive che è incostituzionale il codice della strada…

 

nella parte in cui non prevede che tutte le apparecchiature impiegate nell’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità siano sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura”.

 

In buona sostanza, così disponendo, la Corte Costituzionale non fa altro che dire cosa, da oggi, bisognerà fare. E quindi, obbliga le forze dell’ordine a sottoporre a verifiche e taratura gli autovelox e tutor.

 

Il ragionamento è abbastanza semplice : qualsiasi strumento di misura, specie se di tipo elettronico, è soggetto a variazione delle sue caratteristiche, dei valori misurati dovuti ad invecchiamento delle proprie componenti e ad eventi quali urti, vibrazioni, shock meccanici e termici. La stessa usura potrebbe far sì che le multe più “vecchie” siano errate rispetto a quelle più “giovani”.

Insomma, la Corte Costituzione ritiene che gli autovelox,tutor e i vari fratellini piccoli non siano sempre affidabili; pertanto la polizia deve sempre verificare che essi siano sempre in buon stato di funzionamento.

 

Gli effetti sui ricorsi al giudice di pace

Si tratta di una sentenza che potrebbe mettere uno “stop” alle multe, almeno finché le amministrazioni non adegueranno le proprie procedure interne ai nuovi obblighi.

 

Per quanto, invece, riguarda le aule dei tribunali, l’effetto è altrettanto prorompente. Infatti, le sentenze della Corte Costituzionale hanno efficacia immediata dal giorno della loro stessa pubblicazione. Così il dictat di oggi della Consulta è già operativo. Risultato: le cause in corso e quelle che verranno avviate nei prossimi giorni dovranno tenere conto del nuovo cambiamento di interpretazione e, quindi, accogliere i ricorsi degli automobilisti che abbiano sollevato l’eccezione di difetto di taratura.

 

Tuttavia l’informazione sulla taratura del rilevatore di velocità è in possesso solo dell’organo di polizia che ha proceduto al controllo. Di conseguenza, il destinatario della multa potrà richiedere, in via preventiva, tale informazione direttamente all’autorità, avendo tuttavia cura di muoversi con celerità, al fine di non far scadere i termini di proposizione dei ricorsi (30 giorni di fronte al Giudice di pace, 60 nel caso di ricorso al Prefetto, a partire dalla data di notificazione o contestazione del verbale) che, anche in caso di richiesta di delucidazioni, non subiscono interruzioni o sospensioni di alcun tipo.

Insomma, al fine di evitare un ricorso inutile, occorre in ogni caso vedere se l’apparecchio utilizzato è stato sottoposto a verifica. A volte ciò è riportato nel verbale. Altre volte è necessario chiedere al corpo di polizia l’esibizione del documento. Alcuni richiedono di esibirlo direttamente al giudice di pace, perché presentano subito ricorso e non di rado questa strategia premia perché le amministrazioni non sono in grado di portare il certificato in udienza.

 

E per chi ha già pagato?

Per chi ha già pagato la multa o ha appena perso un ricorso al giudice di pace, la sentenza di ieri della Corte costituzionale non cambia nulla, e non permette di sperare in rimborsi anche in caso di multe prodotte da autovelox non verificati periodicamente. Il pagamento, infatti, chiude definitivamente la partita e la sentenza ha effetto esclusivamente sui rapporti giuridici aperti al momento della sua pubblicazione.

In pratica

Tutti gli autovelox, i tutor e gli altri apparecchi di controllo elettronico delle violazioni del codice della strada devono essere soggetti a una verifica periodica perché il loro malfunzionamento può pregiudicare “la fede pubblica che si ripone in un settore di significativa rilevanza sociale, quale quello della sicurezza stradale”. Fino a oggi il Codice della Strada non prevede quest’obbligo (così ha sempre precisato la Cassazione), e la prassi ha introdotto le verifiche periodiche solo per gli autovelox “automatici”, senza la pattuglia.

 

Alcooltest e omesso avviso sul difensore: l'intervento delle Sezioni Unite

Cassazione penale , SS.UU., sentenza 05.02.2015 n° 5396

Con la sentenza del 5 febbraio 2015, n. 5396 le Sezioni Unite della Cassazione hanno finalmente dato risposta al quesito se la nullità conseguente al mancato avvertimento al conducente di un veicolo, da sottoporre all'esame alcoolimetrico, della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia, in violazione dell'art. 114 disp. att. cod. proc. pen., possa ritenersi non più deducibile, a norma dell'art. 182, comma 2, c.p.p., se non eccepita dall'interessato prima del compimento dell'atto, ovvero, se di tale eccezione debba considerarsi onerato il solo difensore, quale sia in tale ipotesi il momento oltre il quale si verifica la conseguenza della non deducibilità della nullità.

In merito al quadro normativo, l'art. 114 disp. att. cod. proc. pen., afferma che "nel procedere al compimento degli atti indicati dall'art. 356 c.p.p., la polizia giudiziaria avverte la persona sottoposta alle indagini, se presente, che ha facoltà di farsi assistere dal difensore di fiducia".

L'art. 356 c.p.p., a sua volta, dispone che "il difensore della persona nei cui confronti vengono svolte le indagini ha facoltà di assistere, senza diritto di essere preventivamente avvisato, agli atti previsti dagli articoli 352 e 354".

L'avvertimento di assistenza difensiva, di cui all'art. 114, che richiama, per il tramite dell'art. 356 c.p.p., gli accertamenti urgenti sui luoghi, sulle cose e sulle persone, di cui all'art. 354 c.p.p., è riferibile, secondo costante giurisprudenza, anche agli accertamenti eseguiti dalla polizia giudiziaria sul tasso alcolemico del conducente di un veicolo ai fini della verifica dei parametri considerati dal Codice della Strada.

Prima di procedere ad accertamento mediante etilometro, al fine di verificare i presupposti per potervi dare luogo, gli organi di polizia hanno facoltà di sottoporre il conducente ad accertamenti qualitativi non invasivi o a prove, anche attraverso apparecchi portatili. Tali accertamenti, di natura discrezionale, non rientrano tra quelli presi in considerazione dell'art. 354 c.p.p., sicché per essi non è luogo procedere all'avvertimento ai sensi dell'art. 114 disp. att. cod. proc. pen., qualora l'organo di polizia ritenga di desumere dalle circostanze di fatto un possibile stato di alterazione del conducente sintomatico dello stato di ebbrezza e non quando esso sia svolto in via meramente esplorativa.

La violazione dell'art. 114, integra, secondo una certa linea interpretativa, una nullità di ordine generale, non assoluta ma a regime intermedio in base alla previsione dell'art. 178, comma 1, lett. c), c.p.p., non rientrando nei casi contemplati dal successivo art. 179 c.p.p. Secondo quanto disposto, inoltre, dall'art. 182, comma 2, c.p.p., "quando la parte vi assiste, la nullità di un atto deve essere eccepita prima del suo compimento ovvero, se ciò non è possibile, immediatamente dopo.

Nella specie, come evidenziato dagli ermellini, non si può dire che il conducente "assisteva" all'atto inficiato dalla nullità derivante dal mancato avvertimento, essendo da escludere che vi "assistesse" un soggetto che era in procinto di essere sottoposto ad un accertamento indefferibile sulla propria persona, proprio perché al medesimo doveva essere data, ex art. 114, una formale comunicazione circa la facoltà di farsi assistere dal difensore di fiducia, che di per sé presuppone la possibile non conoscenza di tale facoltà.

I giudici evidenziano come la nullità non discende direttamente dal mancato avviso di cui all'art. 114 disp. att. cod. prod. pen., ma dalla presunta non conoscenza da parte dell'indagato della facoltà di farsi assistere da un difensore, alla quale l'avvertimento è preordinato; se l'indagato comunicasse agli agenti di polizia la sua intenzione di avvisare il difensore dell'atto urgente che si sta per compiere nessuna nullità deriverebbe da un mancato previo avviso di tale facoltà da parte della polizia giudiziaria.

Nella fattispecie, l'indagato non assisteva all'atto nullo in quanto, secondo una valutazione legale, non era a conoscenza della facoltà di farsi assistere dal difensore di fiducia, essendo irrilevanti conoscenze accidentali di ciò che la legge consentiva, e non poteva eccepire la nullità né prima del compimento delle operazioni di alcoltest, né immediatamente dopo.

In conclusione, i giudici delle Sezioni Unite enunciano il seguente principio di diritto: "La nullità conseguente al mancato avvertimento al conducente di un veicolo, da sottoporre ad esame alcolimetrico, della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia, in violazione dell'art. 114 disp. att. cod. proc. pen., può essere tempestivamente dedotta, a norma del combinato disposto degli artt. 180 e 182, comma 2, c.p.p., fino al momento della deliberazione della sentenza di primo grado".

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Separarsi e divorziare oggi: negoziazione assistita e soluzioni consensuali

Con il D.L. 132/2014 convertito in legge con modifiche il 10 novembre 2014 dalla legge n. 162, nell’ambito del riassetto del processo civile e per la riduzione dell’arretrato giudiziario, la coppia che consensualmente vuole separarsi o divorziare non dovrà necessariamente rivolgersi al giudice, ma avrà la possibilità di scegliere tre strade. Presentare un ricorso congiunto al Tribunale e ottenere l’omologa della separazione, la sentenza che pronuncia lo scioglimento del matrimonio o la cessazione dei suoi effetti civili, oppure scegliere tra due nuove opzioni, che riducono notevolmente i tempi della procedura: la negoziazione assistita da avvocati (art. 6, D.L. 132/2014) e la conclusione di un accordo presso l’ufficio dello Stato Civile, in presenza di determinate condizioni (art. 12).

Il fine della norma è di stimolare le parti al raggiungimento di una soluzione di separazione personale, cessazione degli effetti civili del matrimonio o scioglimento del matrimonio e di modifica delle condizioni di separazione o divorzio, senza adire l’autorità giudiziaria, affidando, da una parte il ruolo di negoziatore all’avvocato, dall’altra, in presenza di situazioni che non riguardino soggetti deboli da tutelare, come ad esempio i figli minori, coinvolgendo direttamente l’Ufficio Comunale.

Negoziazione assistita per le soluzioni consensuali di separazione e divorzio.

La riforma ha lasciato aperte ampie zone di dubbia interpretazione che non sono state colmate dalle circolari del Ministero dell’Interno rilasciate fino a questo momento. Per l’Avvocatura, il Consiglio Nazionale forense ha pubblicato un dossier con un primo commento al Decreto Legge il 13 novembre 2014, ma a seguito delle modifiche introdotte in sede di conversione, nessuna indicazione pratica è stata fornita, in particolare sui nuovi adempimenti di cui è gravato il professionista.

In base a quanto disposto già in sede di decreto legge, il procedimento di negoziazione assistita da avvocati, ha inizio con la sottoscrizione di una convenzione o con l’invito alla negoziazione assistita, secondo quanto stabilito negli articoli 2, 3 e 4 della legge.

L’invito alla negoziazione è una sollecitazione a stipulare la convenzione di negoziazione assistita indicando l’oggetto della controversia e l’avvertimento che la mancata risposta entro trenta giorni o il suo rifiuto, può essere valutato dal giudice al fine delle spese di un eventuale giudizio.  Secondo una prima interpretazione fornita dal CNF, ai procedimenti separativi si applicherebbe il riferimento all’invito a negoziazione ma senza l’avvertimento circa le conseguenze della mancata risposta (art. 4).

E’ importante sottolineare che quando l’avvocato riceve l’incarico dal cliente è dovere deontologico informarlo della possibilità di avvalersi della procedura di negoziazione assistita.

La convenzione è definita dalla legge un accordo mediante il quale le parti convengono di cooperare in buona fede e con lealtà per risolvere una controversia (art. 2), deve essere redatta in forma scritta a pena di nullità e deve contenere la previsione di un termine non inferiore a trenta giorni e non superiore a tre mesi – prorogabile su accordo delle parti di altri trenta giorni - entro il quale concludere o meno l’accordo. Oggetto della convenzione possono essere solo diritti disponibili. L’avvocato certifica l’autografia delle firme delle parti che partecipano alla convenzione così come pure la data nella quale sono state apposte, ai fini della decorrenza dei termini entro il quale giungere all’accordo.

Con la conversione in legge del Decreto, sono state introdotte rilevanti modifiche rispetto alla prima versione dell’art. 6. Il testo originario parlava di assistenza di un avvocato, mentre attualmente per avviare la procedura di negoziazione assistita è necessario un avvocato per ogni parte. Inoltre, l’accordo sottoscritto a seguito della negoziazione, doveva semplicemente essere inviato all’Ufficiale dello Stato Civile del Comune in cui il matrimonio era stato iscritto o trascritto.

La legge di conversione ha introdotto il passaggio obbligatorio dell’accordo alla Procura della Repubblica presso il tribunale.

Quanto ai requisiti necessari per la soluzione consensuale di separazione e divorzio mediante negoziazione assistita, dopo la modifica introdotta in sede di conversione, anche i coniugi con prole minorenne, maggiorenne non autosufficiente, incapace o con handicap grave, possono accedere alla procedura.

Grava sul professionista l’onere di accertare la sussistenza dei requisiti e pertanto è opportuno inserire nelle premesse della convenzione, la dichiarazione secondo cui le parti affermano sotto la propria responsabilità, di trovarsi nelle condizioni che consentono di avvalersi della negoziazione assistita.

Dopo la redazione della convenzione, si procede alla stesura dell’accordo che contiene le condizioni di separazione e divorzio, siano esse riguardanti l’affidamento o il mantenimento dei figli, l’assegno di mantenimento per il coniuge o i trasferimenti di tipo patrimoniale nell’ambito delle soluzioni alla crisi coniugale.

In questa fase di redazione dell’accordo, sono rilevanti i compiti e le funzioni attribuite all’avvocato, il cui ruolo consiste nel tutelare i diritti dei coniugi anche al di fuori di un procedimento giurisdizionale che si svolge innanzi a un giudice. Nella procedura egli non è semplicemente l’avvocato della parte ma deve favorire la conciliazione tra i coniugi. Sono, infatti, attribuite al professionista, funzioni proprie del negoziatore o, facendo una similitudine, del giudice all’udienza presidenziale di separazione o divorzio.

L’avvocato deve, infatti, avvisare le parti della possibilità di esperire la mediazione familiare e deve tentare la conciliazione tra i coniugi. In caso di figli minori, egli deve ricordare alle parti l’importanza che i figli trascorrano tempi adeguati con entrambi i genitori. Di queste attività deve essere dato atto nel testo dell’accordo redatto a seguito della negoziazione.

Infine, l’avvocato deve dichiarare sotto la propria responsabilità che gli accordi non sono contrari a norme imperative di legge e all’ordine pubblico, ossia che non siano presenti condizioni che ledano diritti considerati indisponibili.

La non contrarietà alle norme imperative di legge e all’ordine pubblico può presentare confini incerti in quanto i concetti sono in continuo divenire e la giurisprudenza sta ampliando notevolmente il concetto di autonomia contrattuale delle parti.

Al momento la giurisprudenza della Cassazione è concorde nel ritenere alcuni diritti di ordine patrimoniale indisponibili e intoccabili. Sono ritenuti invalidi, ad esempio, gli accordi economici che abbiano a oggetto la rinuncia a un futuro diritto o la limitazione della libertà processuale delle parti – ossia la rinuncia al futuro assegno di divorzio o alla revisione dell’assegno - per il motivo che avrebbero una causa illecita. Gli accordi possono comunque contenere previsioni di assegno di mantenimento, di soluzioni una tantum, di trasferimenti immobiliari in luogo del mantenimento ecc.. Ciò che conta è l’applicazione del principio secondo cui mutate le circostanze di fatto e di diritto, il coniuge possa sempre ottenere tutela in sede di modifica delle condizioni di separazione, o in sede di divorzio.

La legge ha inoltre introdotto il successivo controllo ad opera del P.M. che dovrebbe rafforzare la posizione del coniuge debole e della prole.

Infatti, una volta stilato l’accordo raggiunto a seguito della negoziazione, il procedimento si diversifica qualora la coppia abbia figli minori, maggiorenni non autosufficienti, portatori di handicap o incapaci.

L’Accordo deve essere inviato al Procuratore della Repubblica presso il tribunale competente, ma il percorso può cambiare.

Il comma 2 dell’art. 6 prevede che per le coppie senza figli, l’avvocato ha l’onere di inviare l’accordo sottoscritto al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale competente. Non è stabilito un termine entro il quale trasmettere l’atto.

La legge non specifica se debba essere inviata unitamente all’accordo anche la convenzione, quali siano le modalità di invio e come si determini la competenza della Procura.

Di recente la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, con documento datato 16 dicembre 2014, ha specificato alcune linee guida per gli adempimenti previsti dall’art. 6 della legge 162/2014.

Riguardo alla documentazione che deve corredare l’accordo, è necessario allegare sempre l’estratto per riassunto dell’atto di matrimonio, il certificato di residenza dei coniugi e lo stato di famiglia. Per il divorzio occorre, ovviamente, anche la sentenza o il decreto di omologa della separazione. Per la modifica delle condizioni di separazione o divorzio l’accordo deve essere corredato dalle copie autentiche dei provvedimenti contenenti gli accordi precedenti (provvedimenti giudiziari o accordi sottoscritti mediante negoziazione assistita o di fronte all’Ufficiale dello Stato Civile).

Un’altra importante specifica riguarda la documentazione fiscale. Nel silenzio della legge, il Tribunale di Milano ha ritenuto essenziale l’allegazione delle dichiarazioni dei redditi relativi agli ultimi tre anni – in parallelo con la normativa sulla separazione e divorzio – ma solo nel caso in cui siano presenti figli minorenni, maggiorenni non autosufficienti, portatori di handicap grave o incapaci.

Da ciò si deduce che il controllo sull’accordo di mantenimento del solo coniuge non sarà oggetto di valutazione economica.

Ulteriore dubbio interpretativo riguarda l’incapacità dei figli maggiorenni. Secondo la circolare ministeriale n. 19 del 28 novembre 2014, rilevano le sole incapacità dichiarate, quali l’interdizione, l’inabilitazione e l’amministrazione di sostegno, con esclusione quindi delle incapacità naturali.

Pertanto nei casi di figli portatori di handicap gravi ai sensi della legge n. 104/1992 art. 3, e di figli incapaci dichiarati, all’accordo deve essere allegata la relativa documentazione.

Quanto alla competenza territoriale, secondo il Tribunale di Milano, per le separazioni è territorialmente competente la procura in cui i coniugi hanno avuto l’ultima residenza comune, in caso di divorzio quella in cui almeno uno dei due coniugi ha la residenza, e in caso di modifica delle condizioni di separazione e divorzio, quella del luogo di residenza del beneficiario dell’obbligazione.

Il controllo della procura si limita alla “regolarità” nel caso di coppia coniugata senza figli minori o incapaci o non economicamente autosufficienti. Il Tribunale appone sull’accordo il nullaosta del P.M.. Nell’altro caso, la disposizione di legge prevede che l’accordo debba essere inviato alla Procura entro il termine di dieci giorni. Il P.M. lo autorizza se le condizioni sono rispondenti all’interesse dei figli, o in caso contrario lo trasmette al Presidente del Tribunale che fisserà, entro i successivi trenta giorni, un’udienza per la comparizione delle parti.

Una volta ottenuto il nullaosta o l’autorizzazione, nella fase conclusiva della procedura, l’avvocato è gravato di una particolare responsabilità, in quanto deve trasmettere entro il termine di dieci giorni, all’Ufficiale dello stato civile, copia autenticata dallo stesso, dell’accordo munito delle certificazioni di cui all’art. 5.

Non è chiaro da quale data decorrano i dieci giorni, ma si ritiene che il termine cominci a correre dal momento in cui l’avvocato ha ritirato l’atto con il nullaosta o l’autorizzazione dalla Procura. La conseguenza di un eventuale ritardo o omissione comporta per l’avvocato l’applicazione di sanzioni pecuniarie gravi, da euro 2.000 a euro 10.000, che saranno irrogate dal Comune ricevente l’atto.  

In base alla circolare n. 19 del 28 novembre 2014, l’Ufficiale dello stato civile dovrà ricevere da ciascuno dei due avvocati l’accordo autorizzato, e sanzionare il professionista che sia reso inadempiente.

In fase di ricezione ogni Comune sta adottando prassi diverse anche secondo il grado d’informatizzazione degli uffici.

L’accordo deve essere trascritto a cura dell’ufficiale dello stato civile ai sensi dell’art. 63 d.p.r. 396/2000, e annotato sia negli atti di nascita dei coniugi sia nell’atto di matrimonio.

L’accordo raggiunto a seguito della convenzione - dice il comma 3 dell’art. 6 - produce gli effetti e tiene luogo dei provvedimenti giudiziali di separazione, divorzio e modifica delle condizioni di questi. Dalla data certificata nell’accordo di separazione concluso a seguito di negoziazione assistita, decorre il termine di tre anni per la domanda di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, come espressamente previsto dal novellato art. 3 della Legge n. 898/1970.

A norma dell’art. 11 della legge 162/2014, i difensori che hanno sottoscritto l’accordo raggiunto a seguito di negoziazione assistita devono trasmettere copia al Consiglio dell’Ordine ai fini del monitoraggio delle procedure e per la trasmissione dei dati al Ministero della giustizia.

Separazione consensuale e divorzio congiunto innanzi all’ufficiale dello stato civile.

La terza strada prevista dal legislatore è quella più rapida ma è preclusa alle coppie con figli minori, maggiorenni non autosufficienti, portatori di handicap o incapaci (art. 12).

I coniugi possono recarsi presso il Comune di residenza di uno degli sposi o il comune in cui il matrimonio è stato iscritto o trascritto e, innanzi al Sindaco quale ufficiale dello stato civile, concludere un accordo di separazione o di divorzio alle condizioni da loro stessi concordate. La stessa cosa può avvenire per la modifica delle precedenti condizioni di separazione e divorzio. Tutto ciò, personalmente o con l’assistenza facoltativa di un avvocato.

L’accordo non può contenere, dice il 2° comma dell’art. 12, patti di trasferimento patrimoniali.

Il divieto costituisce un’ulteriore limitazione di accesso alla procedura e non è chiaro se il termine trasferimento patrimoniale debba essere comprensivo di ogni scambio economico-patrimoniale. Inteso nell’accezione più ampia, ciò limiterebbe ulteriormente le ipotesi ai casi in cui non ci sia neppure una previsione di assegno di mantenimento per il coniuge più debole. Il fatto che si parli di trasferimenti, farebbe pensare che non ci si riferisca all’assegno di mantenimento, il quale non è definibile come patto di trasferimento ma è espressione del più generale dovere di mantenimento (art. 143 c.c.).

Tuttavia la sopra citata circolare del Ministero dell’Interno n. 19/2014, ha specificato che la ratio della previsione è di escludere qualunque valutazione di natura economica o finanziaria nella redazione dell’atto di competenza dell’ufficiale giudiziario. Al momento, in assenza di specifiche indicazioni normative, i Comuni non accetteranno accordi con clausole aventi carattere dispositivo sul piano patrimoniale, come ad esempio l’uso della casa coniugale, l’assegno di mantenimento e qualunque altra utilità economica tra i coniugi.

Quanto all’iter procedurale, l’ufficiale riceve da ciascuna delle parti personalmente la dichiarazione di volontà di separarsi o divorziare alle condizioni concordate. L’assistenza facoltativa dell’avvocato non riguarda la sostituzione della parte assistita che fa la dichiarazione, la quale compare personalmente, ma dell’assistenza di un legale si da atto nel documento che sarà sottoscritto anche dal legale.

I coniugi dichiarano all’ufficiale del Comune di non trovarsi nelle condizioni di esclusione della procedura e nello stesso atto sono invitati a comparire nuovamente davanti all’ufficiale per la conferma dell’accordo, per una data successiva non inferiore a trenta giorni. In questo periodo l’Ufficio svolgerà i controlli sulle dichiarazioni rese dagli interessati.

La mancata comparizione equivale a mancata conferma dell’accordo. In caso di successiva comparizione, l’ufficiale redige la conferma dell’accordo di separazione o divorzio.

Anche l’accordo concluso innanzi all’Ufficiale dello stato civile produce gli effetti e tiene luogo dei provvedimenti giudiziali di separazione o divorzio. I tre anni di separazione legale ai fini della richiesta successiva di divorzio decorreranno dalla data dell’atto contenente l’accordo e non quella della conferma, secondo quanto specificato dalla circolare 19/2014.   

Si è molto discusso di questa terza opportunità per i coniugi poiché almeno potenzialmente, visto che la presenza di un legale è solo facoltativa, il rischio di accordi ingiusti o lesivi dei diritti di una parte, è possibile, poiché non è previsto il vaglio del P.M. e l’Ufficiale dello Stato civile non ha alcuna funzione di controllo riguardo al merito dell’accordo.

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Multe: da quando scatta il termine per la notifica del verbale?

Cassazione civile , sez. VI, ordinanza 03.09.2014 n° 18574

In tema di sanzioni amministrative per violazione dell'art. 180, comma 8, C.d.S., il dies a quo per la notifica del verbale di contestazione è legato non alla data di commissione della violazione bensì all'esito del procedimento di accertamento, la cui durata deve essere ragionevole e congrua in relazione al caso concreto e alla complessità delle indagini.

È questo il principio affermato dalla Sesta Sezione della Corte di Cassazione, che ha così accolto il ricorso proposto dal Ministero della Difesa avverso la sentenza emessa in grado di appello dal Tribunale di Locri in relazione ad una opposizione a sanzione amministrativa in materia di circolazione stradale.

Questa, in estrema sintesi, la vicenda processuale:

  • un automobilista aveva impugnato un verbale con il quale i Carabinieri gli avevano contestato l'inottemperanza all'invito a presentarsi dinanzi agli uffici di polizia per presentare il certificato assicurativo del veicolo (art. 180, comma 8, Codice della Strada);
  • il Giudice di Pace di Caulonia aveva respinto il ricorso dell'automobilista, il quale aveva proposto appello dinanzi al Tribunale di Locri;
  • il Tribunale, rilevato che la notifica del verbale di contestazione era avvenuta oltre il termine di 150 giorni (allora vigente), aveva dichiarato estinto l'obbligo di pagamento della sanzione;
  • il Ministero decide allora di ricorrere per cassazione, denunciando il vizio di violazione di legge in relazione alla decorrenza del termine per la notifica del verbale di contestazione previsto dall'art. 201 del Codice della Strada; secondo la difesa erariale il termine suindicato dovrebbe decorrere dalla data di accertamento dell'avvenuta violazione e non, come erroneamente ritenuto nella sentenza di appello, dal giorno di scadenza del termine concesso all'automobilista per esibire il documento mancante; nella fattispecie, il termine di 150 giorni sarebbe decorso ancor prima della notifica del verbale.

Nella decisione in rassegna la Suprema Corte affronta un aspetto particolare della disciplina del procedimento sanzionatorio amministrativo: qual è il momento a partire dal quale comincia a decorrere il termine per la notifica del verbale di contestazione al soggetto interessato?

La questione, seppure riferita nello specifico ad una violazione delle norme del Codice della Strada, rimanda più in generale alla disciplina dell'illecito amministrativo contenuta nella Legge n. 689/1981.

Come è noto, oltre a definire i principi generali dell'illecito amministrativo, la Legge n. 689/1981 delinea i tratti essenziali di un procedimento sanzionatorio-tipo, modellato su regole che tendono ad allineare il più possibile l'esercizio della potestà punitiva amministrativa ai principi del sistema penale.

Il prototipo di procedimento sanzionatorio si articola in due distinte fasi: la prima attiene ai profili inerenti l'accertamento della violazione e, in particolare, l'esercizio dei poteri finalizzati a tale scopo; la seconda riguarda l'attività di contestazione della violazione accertata, il successivo contraddittorio con l'interessato, e l'esito del procedimento stesso (provvedimento di ingiunzione o ordinanza di archivazione).

Qui interessa appunto soffermarsi sulla distinzione concettuale tra momento dell'accertamento e momento della contestazione dell'illecito.

La violazione deve essere prima “accertata” dall'autorità amministrativa e poi “contestata” all'interessato.

Quanto al primo aspetto, i modi e i poteri di accertamento degli illeciti amministrativi sono descritti dall'art. 13 della Legge n. 689/1981: gli organi accertatori possono assumere informazioni, procedere a ispezioni di cose e di luoghi diversi dalla privata dimora, rilievi segnaletici, descrittivi e fotografici e ad ogni altra operazione tecnica; se non è possibile acquisire altrimenti gli elementi di prova, essi possono anche effettuare perquisizioni in luoghi diversi dalla privata dimora, previa autorizzazione motivata dell'autorità giudiziaria (secondo le norme del c.p.p.) ecc.

A seconda dei casi concreti e dei contesti normativi di riferimento, l'accertamento dell'illecito amministrativo può richiedere anche indagini e valutazioni complesse.

Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza, l'art. 14 della Legge n. 689/1981, nel riferirsi all'accertamento e non alla data di commissione della violazione, va inteso nel senso che il termine di 90 giorni per la contestazione “postuma” comincia a decorrere dal momento in cui è compiuta o si sarebbe dovuta compiere, anche in relazione alla eventuale complessità della fattispecie, l'attività amministrativa volta a verificare tutti gli elementi dell'illecito (ex multis v. Cass. Sez. Lav., 2 aprile 2014 n. 7681).

L'accertamento non coincide quindi con la generica ed approssimativa percezione del fatto, ma con il compimento da parte della p.a. delle indagini e delle valutazioni necessarie per riscontrare, secondo le modalità previste dall'art. 13, l'esistenza di tutti gli elementi costitutivi dell'illecito.

Più in generale, il procedimento di accertamento della violazione è finalizzato a consentire alla p.a. di avere piena contezza degli estremi oggettivi e soggettivi della condotta realizzata, nonchè della sua riconducibilità alla fattispecie astratta prevista dalla norma sanzionatoria. 

L'accertamento richiede perciò la valutazione dei dati istruttori acquisiti e la fase finale di deliberazione, allo scopo di acquisire piena conoscenza della condotta illecita e valutarne la consistenza ai fini della corretta formulazione della contestazione (cfr. Cass. n. 7681/2014 cit.; Cass. Sez. II, 13 dicembre 2011, n. 26734; Sez. II, 2 dicembre 2011, n. 25836 ecc.).

Ciò però non significa che la p.a. sia libera di fissare arbitrariamente il dies a quo per la contestazione della violazione in modo del tutto svincolato dal tempo in concreto occorso per l'accertamento.

La correttezza e la completezza dell'accertamento rispondono infatti sia all'interesse pubblico connaturato alla funzione pubblica svolta dall'ente accertatore, sia all'interesse dello stesso autore della condotta al fine di un'adeguata ponderazione della sua eventuale responsabilità. 

A tale esigenza si contrappone quella dell'autore della condotta di vedere concluso l'accertamento in tempi brevi, sia per risolvere l'incertezza della propria posizione sia per poter eventualmente approntare un'adeguata difesa.

Nel contemperamento di tali esigenze, occorre quindi effettuare una valutazione di ragionevolezza dei tempi impiegati per l'accertamento, al fine di verificarne la complessiva congruità o meno rispetto alla duplice esigenza sopra indicata.

Spetta quindi al giudice, in sede di opposizione, il compito di sindacare il comportamento tenuto dalla p.a. procedente, valutando nel loro insieme gli accertamenti compiuti e la congruità del tempo impiegato in base alla complessità di tali accertamenti e secondo la maggiore o minore difficoltà della fattispecie concreta, determinando così in relazione al singolo caso il tempo ragionevolmente necessario per giungere alla conoscenza dell'illecito.

Una volta “accertata” nel senso appena precisato, la violazione deve essere “contestata” se possibile immediatamente; ove ciò non sia possibile per le circostanze del caso concreto, la contestazione deve avvenire entro 90 giorni dall'accertamento (360 giorni se si tratta di soggetti residenti all'estero).

La contestazione rappresenta lo strumento per portare a conoscenza del destinatario del procedimento sanzionatorio l'esistenza di una violazione accertata dalla p.a. e per garantire al medesimo di esercitare il diritto di difesa, instaurando un contraddittorio con l'organo accertatore.

I principi sopra ricordati, seppure elaborati dalla giurisprudenza in relazione a procedimenti riguardanti illeciti amministrativi non attinenti alla circolazione stradale, valgono mutatis mutandis anche ai fini dell'accertamento e della contestazione delle violazioni del Codice della Strada.

Anche l'art. 201 del C.d.S. prevede infatti che, quando non sia possibile la contestazione immediata, il verbale debba essere notificato al soggetto interessato (trasgressore o responsabile in solido) entro il termine di 90 giorni dall'accertamento (nella fattispecie esaminata dalla Suprema Corte era ancora vigente il termine di 150 giorni, poi ridotto a 90 dalla Legge n. 120/2010).

Sia nel sistema generale della Legge n. 689/1981 (art. 14, ultimo comma), sia nell'ambito della disciplina del Codice della Strada (art. 201, comma 5), l'inutile decorso del termine previsto per la contestazione della violazione determina l'estinzione dell'obbligazione di pagamento nei confronti del destinatario.

Nella decisione che si annota, relativa ad un caso di omessa presentazione di documenti di circolazione nel termine fissato dagli organi di polizia (art. 180, comma 8, C.d.S.), la Corte di Cassazione si conforma all'orientamento giurisprudenziale di cui si è dato appena conto. 

Nella fattispecie, l'art. 180 C.d.S. sanziona la condotta di colui che non ottempera all'invito dell'autorità di presentarsi, entro il termine da essa fissato, presso gli uffici di polizia per fornire informazioni o esibire documenti ai fini dell'accertamento delle violazioni amministrative previste dal Codice della Strada.

Per quanto attiene all'interesse giuridico sotteso all'illecito, la disposizione non mira a sanzionare la violazione di specifici precetti riguardanti i comportamenti di guida, bensì il rifiuto della collaborazione dovuta al cittadino nei confronti dell'autorità amministrativa, al fine di consentirle di effettuare gli accertamenti richiesti per l'espletamento dei servizi di polizia stradale (cfr. Cass. Sez. II, 23 giugno 2005, n. 13488; Sez. I, 20 luglio 2001, n. 9924; Sez. I, 5 marzo 2002, n. 3123; Sez. I, 20 luglio 2001, n. 9924).

Si tratta dunque di un illecito omissivo che presuppone il compimento di un precedente illecito amministrativo contemplato dal Codice della Strada, per il cui accertamento è necessario che siano fornite informazioni da parte del privato.

L'illecito in questione è peraltro autonomo rispetto all'illecito presupposto, nel senso che l'eventuale annullamento del primo verbale non esclude l'applicazione della sanzione prevista dall'art. 180 (cfr. Cass. n. 3123/2002 cit.).

Il punto controverso riguarda l'individuazione del dies a quo da cui decorre il termine per la notifica del verbale di contestazione dell'infrazione in esame.

A tal fine occorre tenere presente la distinzione, di cui si è detto in precedenza, tra accertamento e contestazione dell'illecito.

Anche per la violazione di cui all'art. 180 comma 8, la quale presuppone la mancata collaborazione del privato in un termine prefissato, l'accertamento da parte della p.a. si articola in una serie di attività di raccolta e verifica di documenti (quali ricevute di spedizione, avvisi di ricevimento, calcolo di termini ecc.), che implicano necessariamente il decorso di un certo lasso di tempo.

Tale lasso di tempo deve però essere ragionevole, e spetta appunto al giudice di merito valutare la congruità del periodo impiegato a tal scopo dall'autorità amministrativa.

Ma nella circostanza, osserva la Suprema Corte, una simile valutazione è del tutto mancata.

Facendo applicazione dei principi generali già ricordati, la Sesta Sezione chiarisce quindi che:

a) in caso di violazione dell'art. 180, comma 8, C.d.S., il termine entro il quale la p.a. procedente deve provvedere alla notifica della contestazione va ricollegato all'esito del procedimento di accertamento;
b) la legittimità della durata del procedimento di accertamento deve essere valutata in relazione al caso concreto e in base alla complessità delle indagini, e non anche alla data di commissione della violazione (dalla quale invece decorre il solo termine iniziale di prescrizione fissato dall'art. 28 della Legge n. 689/1981).

Per tale ragione la Corte annulla la sentenza e rinvia per una nuova valutazione al Tribunale di Locri in diversa composizione, il quale si atterrà ai principi sopra indicati.

 

Maltrattamenti in famiglia: i post felici su Facebook non smentiscono la crisi

Cassazione penale , sez. III, sentenza 08.10.2014 n° 41936 (Giuseppina Vassallo)

La Cassazione penale (sentenza n. 41936 dell’8 ottobre 2014) ha respinto il ricorso di un uomo imputato in un procedimento presso il Tribunale di Ravenna per il reato di maltrattamento contro la moglie (art. 572 c.p.). Il GIP aveva  disposto la misura coercitiva dell'allontanamento dalla casa familiare, prevista dall’art. 282 bis c.p.p., e disposto inoltre il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla moglie con la prescrizione di mantenersi ad una distanza non inferiore a 500 metri da quest'ultima.

Secondo quanto raccontato dalla donna, il marito bestemmiava e la offendeva in ogni occasione, anche alla presenza dei figli minori, era spesso ubriaco e aveva tentato di costringerla a subire atti sessuali con la forza. In particolare, dopo una accesa discussione la donna aveva comunicato al marito di volersi separare e la notte stessa l’uomo ubriaco l’aveva svegliata chiedendole di avere un rapporto sessuale e dopo che la moglie aveva rifiutato, si era avventato su di lei afferrandole il collo, poi l’aveva buttata a terra e l’aveva colpita sul viso tappandole la bocca. Sentendo i rumori erano accorsi i figli e così il marito aveva desistito.

L’uomo, chiedendo il riesame e la revoca della misura cautelare dell’allontanamento dalla casa familiare, si era difeso raccontando una versione dei fatti diversa.

Il loro matrimonio non sarebbe stato in crisi, come potevano dimostrare i post che la donna pubblicava su facebook dai quali emergeva una situazione familiare serena e diametralmente opposta da quella narrata dalla moglie.

Riguardo alla tentata violenza sessuale e le lesioni, il marito si difendeva asserendo che non era ubriaco e che all’inizio la moglie era consenziente quando improvvisamente, in preda ad una crisi isterica, lo aveva colpito al naso con un pugno provocando una lesione alle ossa nasali, certificata il giorno successivo al pronto soccorso, poi era caduta dal letto e aveva afferrato un coltello da cucina che teneva vicino al letto e lo aveva colpito alla gamba.

Il Tribunale del riesame di Bologna, aveva ritenuto sussistenti i gravi indizi di colpevolezza in ordine ai reati ascritti all’uomo e la presenza di esigenze cautelari ancora in essere. In particolare si ritenevano pienamente attendibili le accuse della moglie sia perché compatibili con i referti ospedalieri, sia per i riscontri testimoniali dei familiari di lei.

Al contrario il marito non aveva addotto elementi univoci a molte delle sue asserzioni difensive.

I post di facebook, non sono idonei a provare che la situazione coniugale fosse serena, essendo possibile che siano stati inseriti dopo temporanee rappacificazioni.

Inoltre, se è vero che gli agenti della pubblica sicurezza intervenuta in occasione della tentata violenza sessuale, non hanno rilevato lo stato di ebbrezza, gli stessi non hanno nemmeno notato la lesione al setto nasale con epistassi riscontrata dai sanitari la mattina successiva.

In quell’occasione l’uomo non ha riferito dell'aggressione che avrebbe subito, cosa che ha fatto soltanto  il giorno dopo nella denuncia, nella quale ha parlato di un coltello che non era stato rinvenuto nel corso dell'ispezione effettuata nell'immediatezza dei fatti.

In definitiva il Tribunale di Bologna riteneva sussistente “il gravissimo pericolo di reiterazione del reato rilevabile dalla complessiva serietà della condotta posta in essere nei confronti della moglie per mesi ed anche dinanzi ai figli in tenera età in ragione anche dell'esiguità del tempo trascorso dai fatti”.

Veniva revocato invece il divieto di avvicinamento ad una distanza inferiore a 500 metri, in quanto detto obbligo non è previsto dall'art. 282 bis c.p.p., ma solo dall'art. 282 ter c.p.p e le due misure non sono ritenute cumulabili.

Secondo quanto disposto dall'art. 282 bis c.p.p., introdotto con la legge n. 154/2001, in situazioni di convivenza con la vittima del maltrattamento, la cautela consiste nell'ordinare all'indagato di allontanarsi dalla casa familiare, cui corrisponde indirettamente, un divieto di avvicinamento. Tra le prescrizioni che possono essere ordinate dal giudice, la norma non prevede né il mantenimento di una determinata distanza dalla casa e dalla persona offesa né un divieto di avvicinarsi riferito ad altri luoghi da essa frequentati abitualmente. Anche se le due norme hanno un contenuto precettivo simile, diversi sono i presupposti. L’art. 282 bis elenca prescrizioni di carattere accessorio e che possono essere imposte solo contestualmente all'allontanamento dalla casa familiare.

La misura cautelare di cui all'art. 282 ter c.p.p. inserita dal legislatore nel 2009, è una nuova misura cautelare personale di tipo coercitivo che impone il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa del reato. Con questo nuovo strumento, mutuato dal diritto angloamericano, il giudice vieta al destinatario del provvedimento di avvicinarsi a luoghi determinati, che siano abitualmente frequentati dall'offeso, oppure gli impone di mantenere una determinata distanza da tali luoghi e dalla persona offesa. In presenza di ulteriori esigenze di tutela, la prescrizione può essere estesa anche ai prossimi congiunti, a conviventi o comunque a persone legate da una relazione affettiva.

La Cassazione, pertanto, respinge il ricorso dell’uomo poiché la motivazione dell'ordinanza impugnata emessa dal Tribunale del riesame appare logica, esaustiva e bene argomentata.

Non paga il mutuo della casa assegnata alla moglie: scatta il reato

Cassazione penale , sez. VI, sentenza 24.07.2014 n° 33023

In un procedimento di separazione coniugale veniva assegnata alla sig.ra R.M.A. la casa familiare con collocamento dei figli minori presso quest’ultima e con determinazione di un assegno di mantenimento per la moglie e per la prole.

Tuttavia, il marito, nonché padre di C. e A., interrompeva la corresponsione dell’assegno di mantenimento, così come disposto in sede di separazione, dal Dicembre 2004 fino al Marzo 2005 riprendendo poi a versarlo regolarmente nell'Aprile 2005.

Successivamente, dal Gennaio 2007 il marito ometteva la corresponsione dell’importo di € 315,00, a titolo di rata del mutuo acceso sulla casa coniugale, costringendo la moglie a ripianare il debito con la banca utilizzando la stessa somma che l'imputato le versava a titolo di mantenimento.

I Giudici di merito condannavano sia in primo che secondo grado l’imputato per il reato di cui all’art. 570 c.p., ravvisando nella condotta dello stesso gli estremi integrativi del reato contestato.

Il sig. L.G. proponeva ricorso in Cassazione avverso la sentenza della Corte d’Appello sulla base dei seguenti motivi di diritto:

  1. In primis perché condannato per un fatto diverso da quello contestato nell’imputazione, che non faceva riferimento all'omesso pagamento della rata del mutuo;
  2. In secundis per erronea applicazione degli artt. 570 e 47 c.p.

In particolare, il secondo motivo del ricorso si fondava sul fatto che i Giudici di merito non avevano correttamente valutato le ordinanze di rigetto dei ricorsi ex art. 700 c.p.c., proposti della moglie per ottenere la condanna del marito al pagamento delle rate del mutuo e delle spese condominiali straordinarie.

I giudici di prime cure avrebbero, dunque, dovuto considerare diversamente l’elemento soggettivo del reato, attesa l’incolpevole percezione della realtà da parte dell’imputato stesso di far mancare i mezzi di sussistenza alla propria famiglia, in considerazione che non vi era uno specifico obbligo di natura civilistica di pagare la rata del mutuo.

Il primo motivo veniva ritenuto inammissibile trattandosi di doglianza rimasta estranea all'interposto appello e sollevata per la prima volta con il ricorso in Cassazione.

Il secondo motivo veniva ritenuto infondato.

In tema di reati contro la famiglia, ed in particolare di reati tra coniugi, si rende necessario, di volta in volta, verificare se la condotta dell'un coniuge nei confronti dell'altro assuma connotati di tale gravità da costituire per il soggetto passivo fonte di stato di bisogno per far fronte ai bisogni primari.

L’art. 570 co. 2 n. 2 c.p. punisce, difatti, “chiunque fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa.”

Per quanto attiene all’elemento oggettivo del reato, esso si realizza nella condotta di chi fa mancare i mezzi di sussistenza ai soggetti indicati dalla norma.

Secondo la più recente giurisprudenza nella nozione penalistica di mezzi di sussistenza richiamata dall’art. 570 comma 2, n. 2 c.p., (diversa dalla più estesa nozione civilistica di mantenimento), nell’attuale dinamica evolutiva degli assetti e delle abitudini di vita familiare e sociale, devono ritenersi compresi non soltanto i mezzi per la sopravvivenza vitale (quali il vitto e l’alloggio), ma altresì gli strumenti che consentano, in rapporto alle reali capacità economiche e al regime di vita personale del soggetto obbligato, un sia pur contenuto soddisfacimento di altre complementari esigenze della vita quotidiana (ad es.: abbigliamento, libri di istruzione per i figli minori, mezzi di trasporto, mezzi di comunicazione) (Cass. Sez. 6, 13-11-2008/21-1- 2009 n. 2736).

Occorre evidenziare che il concetto di “mezzi di sussistenza” non è ancorato a quello dell’assegno di mantenimento ma  si riferisce alle elementari esigenze di vita del soggetto passivo del reato.

L’ “assegno di mantenimento” attiene, invece, alla valutazione e comparazione delle condizioni socio-economiche di entrambi i coniugi al fine di tutelare un interesse economico e di credito.

E’ stato, infatti, statuito in giurisprudenza che “In materia di violazione degli obblighi di assistenza familiare, non vi è equiparazione tra il fatto penalmente sanzionato e l'inadempimento civilistico, poiché la previsione normativa di cui all'art. 570 c. p. non fa riferimento a singoli o ritardati pagamenti, ma ad una condotta di volontaria inottemperanza con la quale l'agente intende specificamente sottrarsi all'assolvimento degli obblighi imposti con la separazione.” (Cass. pen. Sez. VI, 04/02/2014, n. 15898).

Da un lato, dunque, per la configurabilità del reato in questione non è necessario che vi sia un obbligo civilistico di corrispondere determinate somme a titolo di mantenimento, essendo l'illecito in questione rapportato da un lato, alla sussistenza dello stato di bisogno dell'avente diritto e dall'altro al mancato apprestamenti dei mezzi di sussistenza da parte di chi, per legge, vi è obbligato; viceversa, il reato non può ritenersi automaticamente integrato con l'inadempimento della corrispondente normativa civile e, ancorché la violazione possa conseguire anche al ritardo, il Giudice penale deve valutarne in concreto la gravità, ossia l'attitudine oggettiva ad integrare la condizione che la norma tende ad evitare.

L’art. 570 c.p. tutela, infatti, la solidarietà familiare, trovando la sua ratio nella protezione del soggetto indigente, che versa in stato di bisogno.

E’ ben possibile che anche in caso di totale adempimento dell’obbligato di quanto disposto in sede civile, l’avente diritto non veda ancora integralmente soddisfatti i propri bisogni e, perciò, l’obbligato è tenuto ad ulteriori somministrazioni al fine di non incorrere nella condotta sanzionata prevista dalla norma in esame.

In tema di violazione di assistenza familiare bisogna poi distinguere se l’avente diritto sia un minore o altro soggetto passivo.

Infatti, qualora la violazione dell’obbligo attenga all’assistenza rivolta ad un minore la condizione dello stato di bisogno è in re ipsa, in quanto si presume che il minore non sia in grado di provvedere a se stesso autonomamente, essendo privo della possibilità di avere una propria capacità reddituale. (Cass. Sez. 6, 2-5-2007 n. 20636; Cass. Sez. 6, 15-1-2004 n. 715).

Viceversa, qualora il trattamento economico omesso fosse rivolto al coniuge (o ad un ascendente o ad un soggetto inabile al lavoro) è necessario l’accertamento, da parte del Giudice penale, dell’effettivo stato di bisogno del soggetto passivo alla somministrazione dei mezzi di sussistenza.

Infatti, può accadere che nonostante l’inadempimento dell’obbligato, il beneficiario abbia comunque mezzi propri per far fronte ai bisogni primari.

Fondamentale diviene l’esame dell’elemento soggettivo del reato previsto dall’art. 570 comma 2, n. 2 c.p. che, ai fini della sua configurazione, richiede il dolo generico, consistente nella volontà cosciente e libera di sottrarsi, senza giusta causa, agli obblighi di assistenza che discendono dalla qualità di coniuge o di genitore. (Cass. Pen. 33025/2014; Cass. pen. 185/1993; Trib. Firenze Sez. II 19/06/2013; App. Palermo Sez. IV, 05/12/2013).

Ne discende che non è necessario che condotta dell’agente, che nel caso di specie si manifesta nella forma omissiva rispetto all’adempimento del proprio obbligo, venga posta in essere dell'obbligato con l'intenzione e la volontà di far mancare i mezzi di sussistenza agli aventi diritto.

Nel caso in esame i Giudici di merito e di legittimità hanno riscontrato un inadempimento serio e sufficientemente protratto (e destinato a protrarsi) per un tempo tale da incidere apprezzabilmente sulla disponibilità dei mezzi economici della moglie.

L’imputato, infatti, pur riprendendo a versare le somme stabilite dal Giudice civile in favore del coniuge, ha tuttavia omesso di contribuire al pagamento del mutuo per l'abitazione, in questo modo privando sostanzialmente la moglie del contributo per il mantenimento, che è stato distratto per il pagamento del mutuo.

In conclusione, gli ermellini,  nel confermare le precedenti pronunce da parte del Tribunale di Avellino e della Corte di Appello di Napoli, hanno ritenuto sussistente il reato di cui all’art. 570 c.p. in capo al sig. L.G.  statuendo il seguente principio di diritto: “tra i mezzi di sussistenza deve ricomprendersi anche l’alloggio familiare  sicché è responsabile del reato previsto dall'art. 570 c.p. anche il coniuge che con la sua condotta rischia di far perdere alla moglie e ai figli la casa in cui vivono: in altri termini la "casa di abitazione" rientra tra i mezzi di sussistenza che devono essere assicurati al coniuge e ai minori” (cfr., Sez. 6, 1 ottobre 1986, n. 12989, Pasquali).

Marito mammone e anaffettivo? Matrimonio nullo!

Cassazione civile , sez. I, sentenza 18.09.2014 n° 19691

Il Tribunale ecclesiastico aveva pronunciato sentenza di nullità del matrimonio canonico per incapacità del marito di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio secondo quanto previsto dal canone 1095, n. 3.

Secondo le relazioni peritali svolte in sede istruttoria, l’uomo era risultato dipendente dalla figura materna e ciò causava un’incapacità ad assumere l'obbligo di quella minima integrazione psico-sessuale che il matrimonio richiede, che sfociava in un comportamento anaffettivo e indifferente nei confronti della moglie.

La Corte d’Appello di Brescia, in sede di delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità, ne dichiara l'efficacia nella Repubblica Italiana stante la non contrarietà all’ordine pubblico italiano e alle leggi fondamentali dello Stato.

La donna ricorre in Cassazione contro la decisione della Corte territoriale per due motivi.

In primo luogo, per omesso esame e valutazione di un fatto decisivo per il giudizio. Secondo la ricorrente la Corte territoriale bresciana non avrebbe considerato il fatto che la patologia era conosciuta o conoscibile dal marito e le era stata nascosta prima del matrimonio. Secondo la Cassazione il motivo è infondato perché la Corte ha esaminato la questione ma ne ha fornito una diversa interpretazione non censurabile in sede di legittimità. Dalle perizie mediche, secondo l’interpretazione esente da vizi, sarebbe emersa la non conoscibilità della patologia da parte dell’uomo se non dopo l'inizio della vita matrimoniale.

Con il secondo motivo di ricorso la donna sosteneva che la sentenza era contraria all’ordine pubblico italiano e alle norme che tutelano il principio della buona fede e dell’affidamento.

Secondo i giudici di Brescia la causa di nullità accertata dal Tribunale Ecclesiastico rientra nella cornice dell’incapacità, analogamente alle ipotesi d’invalidità previste dagli artt. 120 e 122 c.c., con la conseguenza che la tutela della buona fede della moglie non può essere di ostacolo alla delibazione.

La Cassazione, con la sentenza n. 19691 del 18 settembre 2014, conferma la decisione della Corte d’Appello.

Oggetto del giudizio e della decisione del Tribunale ecclesiastico non è stato né l'accertamento dell'esistenza di un vizio di consenso da parte del marito al momento della celebrazione del matrimonio né l'accertamento della consapevolezza della sua incapacità di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio al momento della sua celebrazione né, tantomeno, l'accertamento del doloso occultamento di questa incapacità nei confronti della moglie.

L’art. 122 terzo comma n. 1 del codice civile dice che il matrimonio può essere impugnato da quello dei coniugi il cui consenso è stato dato per effetto di errore essenziale sulle qualità personali dell'altro coniuge tra cui l’esistenza di una malattia fisica o psichica o di un’anomalia o deviazione sessuale, tali da impedire lo svolgimento della vita coniugale.

La diversità della disciplina dell’ordinamento canonico e quello del codice civile italiano in tema d’invalidità del matrimonio per errore (essenziale) su una qualità personale del consorte e precisamente sulla ritenuta inesistenza in quest'ultimo di malattie (fisiche o psichiche) che impediscono la vita coniugale, non è di ostacolo alla delibazione della sentenza ecclesiastica.

La discordanza non riguarda, infatti, un principio essenziale dell'ordinamento italiano, qualificabile come limite di ordine pubblico.

Riguardo alla rilevanza dell'”affidamento” del coniuge che non ha dato causa all'invalidità del matrimonio concordatario, secondo la giurisprudenza di legittimità, l’incapacità naturale come causa d’invalidità del matrimonio, non da rilievo alla buona o mala fede dell’altro contraente, poiché in questo caso è preminente l'esigenza di rimuovere il vincolo coniugale invalido.

In definitiva, secondo la Cassazione, nel caso di specie, l’effettività e la validità del consenso prevalgono sulla tutela dell’affidamento riposto dal coniuge inconsapevole al momento della celebrazione del matrimonio.

Strisce blu: multe nulle se comune non prova esistenza di parcheggi gratis vicini

Cassazione civile , sez. VI, ordinanza 03.09.2014 n° 18575

In una recente pronuncia la Suprema Corte ha affermato che l'onere di provare la presenza delle condizioni ostative all'operatività dell'obbligo di predisporre spazi liberi di parcheggio non grava sull'opponente trasgressore, bensì sull'Amministrazione opposta.

Nel giudizio di opposizione a verbale di accertamento di infrazione del Codice della Strada, grava sull’autorità amministrativa opposta, a fronte di specifica contestazione da parte dell’opponente, che lamenti la mancata riserva di una adeguata aera destinata a parcheggio libero, la prova della esistenza della delibera che escluda la sussistenza di tale obbligo ai sensi dell’art. 7, comma 8, del Codice della Strada.

Tale il principio espressamente enunciato dalla Corte di cassazione in una recente decisione emessa nel quadro di un giudizio di impugnazione di verbali di contestazione di infrazioni aventi ad oggetto la contestazione al ricorrente trasgressore della violazione dell’obbligo di esporre il ticket per la sosta in apposite aree destinate al parcheggio.

La pronuncia costituisce attuazione del più generale principio, già espresso dal giudice di legittimità in precedenti arresti, secondo il quale, nel giudizio di opposizione a sanzione amministrativa, l’Amministrazione, sebbene formalmente convenuta in giudizio, assume sostanzialmente la veste di attrice, spettando quindi alla medesima, ai sensi dell’art. 2697 c.c., fornire la prova della esistenza degli elementi di fatto integranti la violazione contestata, mentre compete all’opponente, che assume formalmente la veste di convenuto, la prova dei fatti impeditivi o estintivi.

Esito del ricorso:

Cassa con rinvio, Tribunale di Napoli, sentenza 13 febbraio 2012, n. 1738.

 

Facebook e separazione: sì alla rimozione delle foto dal profilo del coniuge

Tribunale Napoli, sentenza 31.07.2014

Il Tribunale di Napoli, pendente un giudizio di separazione, esamina uno dei primi casi di richiesta di rimozione delle immagini di un marito dal profilo facebook della moglie e approfondisce la tematica del diritto all'immagine e alla riservatezza alla luce dei nuovi strumenti tecnologici.

Un marito, pendente un procedimento di separazione dalla moglie, ricorreva al giudice al fine di richiedere l’adozione del provvedimento di urgenza ex art. 700 di rimozione delle fotografie inserite dalla stessa sul proprio profilo facebook ed il risarcimento del danno.

Le fotografie riprendevano marito e moglie in atteggiamenti affettuosi in luoghi di vacanze o ricorrenze familiari.

Il giudice ha ritenuto sussistente nel caso in esame sia il fumus boni iuris sia il periculum in mora.

La moglie, infatti, attraverso la pubblicazione delle sopra citate fotografie ha violato la normativa in materia di diritto all’immagine (art. 10 c.c.; art. 96-97 della legge 22 aprile 1941, n. 633) in quanto ha pubblicato le fotografie senza il consenso della persona ritratta: il marito.

Il sopra citato art. 96 della legge 633/1941 prevede, infatti, che «Il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di questa».

Il successivo art. 97 della legge 633/1941 prevede delle ipotesi eccezionali e tassative alla regola del consenso connesse ad esigenze di interesse pubblico all’immagine, al diritto di informazione: «Non occorre il consenso della persona ritrattata quando la riproduzione dell'immagine è giustificata dalla notorietà o dall'ufficio pubblico coperto, da necessità di giustizia o di polizia, da scopi scientifici, didattici o colturali, o quando la riproduzione è collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico. Il ritratto non può tuttavia essere esposto o messo in commercio, quando l'esposizione o messa in commercio rechi pregiudizio all'onore, alla reputazione od anche al decoro della persona ritrattata».

Secondo il giudice il ricorrente ha prestato il suo consenso alla riproduzione della fotografia ma non alla pubblicazione delle stesse.

L’inserimento delle fotografie su un socialnetwork equivale, secondo il giudice, ad una “pubblicazione” in quanto potenzialmente idonea a consentire la visione delle fotografie ad un pubblico indifferenziato di utenti a differenza dell’inserimento in un album o in una cornice di casa conservati a casa.

La moglie ha sostenuto di avere adottato le misure previste da facebook per limitare la fruizione delle foto solo ad “amici” e non ad un pubblico indifferenziato.

Secondo il giudice le sopra citate misure e precauzioni da un lato, non sono state provate dalla resistente e dall’altro lato, sono inoltre facilmente aggirabili da parte dei navigatori più esperti. Il giudice inoltre ha osservato come occorrerebbe verificare il numero degli amici della resistente su facebook e ha specificato come lo stesso numero sia facilmente incrementabile nel tempo.

Le fotografie sopra citate non costituivano una lesione dell’onore della persona ma la pubblicazione delle fotografie su internet, secondo il giudice, è in grado di aggravare, rispetto all’utilizzo di qualsiasi altro mezzo, la violazione del diritto all’immagine.

Il giudice ha ritenuto sussistente il periculum in mora in quanto il diritto del ricorrente potrebbe essere pregiudicato in modo irreversibile dall’attesa della definizione del giudizio di merito.

Il giudice ha pertanto condannato la resistente a rimuovere le fotografie da facebook.

L’ordinanza conferma l’interpretazione rigorosa del consenso al ritratto e all’immagine: il diritto all’immagine è, infatti, un diritto assoluto che non può essere oggetto di utilizzo da parte di soggetti terzi senza il consenso dell’interessato.

L’ordinanza in esame è molto interessante in quanto il giudice ha cercato di interpretare la normativa sul diritto all’immagine alla luce delle nuove tecnologie e dell’utilizzo dei social media ma non approfondisce tuttavia il profilo del diritto alla protezione dei dati personali/privacy in quanto richiama semplicemente che l’immagine è un riflesso della riservatezza.

L’immagine di una persona è un dato personale definito ai sensi dell’art. 4, primo comma lett. b del D.Lgs. 196 del 2003 “Codice della privacy” come «qualunque informazione relativa a persona fisica, identificata o identificabile, anche indirettamente, mediante riferimento a qualsiasi altra informazione, ivi compreso un numero di identificazione personale».

Il dato personale come tale può essere trattato solo con il consenso espresso dell’interessato (e è ammesso il consenso tacito o implicito che è invece ammesso per il diritto all’immagine! V. per approfondimenti Trib. Roma 12 marzo 2004).

Il giudice ha evidenziato come Facebook non abbia specificato ai propri iscritti che la pubblicazione delle immagini senza il consenso della persona anche nella c.d. zona riservata costituisca una violazione della legge italiana.

Secondo il giudice il sopra citato socialmedia non ha pertanto dimostrato attenzione e sensibilità ai valori sottesi alla norma.

In realtà il sopra citato social media ha previsto, nel corso degli anni, una serie di accorgimenti: dal 31 agosto 2013 Facebook ha modificato i propri termini di utilizzo e prevede che nel momento della pubblicazione dei contenuti, l’utente possa decidere, chi può fruire degli stessi contenuti attraverso molteplici opzioni (Amici; solo io; personalizza).

Il social media può tuttavia in ogni momento modificare tali condizioni di utilizzo in modo unilaterale e senza avvertire gli utenti!

I sopra citati aspetti rendono particolarmente complesso e difficile la tutela dell’immagine e della protezione dei dati personali/privacy.

Occorre da un lato sensibilizzare gli utenti nell’utilizzo dei social media, il Garante per la Protezione dei dati personali ha recentemente pubblicato nel maggio 2014 un vademecum ad oggetto: “Social Privacy. Come tutelarsi nella società dei socialmedia” e promosso alcuni video tutorial on line virali in materia. Nel sopra citato vademecum del Garante per la protezione dei dati personali si approfondisce, a pag. 10 anche il profilo delle fotografie: e viene specificato che : «Quando metti on-line la fotodi un tuo amico o di un familiare, quando lo “tagghi” (inserisci, ad esempio, il suo nome e cognome su quella foto), domandati se stai violando la sua privacy. Nel dubbio chiedigli il consenso. Non lasciarti trascinare dagli hater, dai troll, nel gioco perverso dei gruppi “contro qualcuno”: la prossima volta potresti essere tu la vittima.»

Nel relativo glossario al documento del Garante si approfondisce anche il profilo dei tag “Attribuire una “etichetta virtuale” (tag) a un file o a una parte di file (testo, audio, video, immagine). sui social network, e si specifica che si dice che «sei stato taggato quando qualcuno ha attribuito il tuo nome/cognome a un volto presente in una foto messa on-line. Di conseguenza, se qualcuno cerca il tuo nome, appare la foto indicata».

L’azione di informazione del Garante è preziosa in quanto pochi utenti leggono i termini e condizioni di utilizzo dei social media e conoscono la funzione “opzione” di facebook che si attiva selezionando la fotografia e che consente la rimozione dei tag dalla stessa. Sono tuttavia pochissimi gli utenti di Facebook che attivano la funzione “controllo sui tag” per rivedere i tag che gli amici aggiungono ai propri contenuti prima che vengano visualizzati su Facebook e che consente di controllare il tag anche nel caso in cui quando qualcuno che non sia fra i propri amici aggiunga un tag a uno dei propri post.

Il social media ha inoltre in realtà attivato alcuni strumenti per tutelare la privacy e l’immagine in via esemplificativa che possono essere attivati dagli utenti ma tali strumenti non sono adeguatamente conosciuti.

L’ordinanza in oggetto si inserisce nella cornice del diritto all’oblio, il diritto di richiedere la rimozione dei propri dati personali, oggetto di diverse recenti sentenze, diritto che sarà definito e potenziato nel nuovo testo del regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali.

La libertà di internet può renderci meno liberi se non si è consapevoli non solo delle straordinarie opportunità di tale strumento ma anche dei possibili rischi per i nostri diritti (immagine; protezione dei dati personali; identità, libertà di espressione) e se non si attivano nuove concrete ed efficaci forme di tutela della nostra privacy non solo più ex post (come per ordine di un giudice).

 

DIFFAMAZIONE SU FACEBOOK: NON E' NECESSARIA L'INDICAZIONE NOMINATIVA DELL'OFFESO
Cassazione penale , sez. I, sentenza 16.04.2014 n° 16712

Quando può considerarsi illegittimo l’utilizzo di Internet ed in particolare del social network Facebook che ormai deve essere considerato una vera e propria piazza virtuale?

E' quanto chiarisce la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione con la sentenza 16 aprile 2014, n. 16712.

Ai fini della integrazione del reato di diffamazione, anche a mezzo di Internet, è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone indipendentemente dalla indicazione nominativa.

Nel caso di specie un maresciallo capo della Guardia di finanza della compagnia di San Miniato, pubblicava sul proprio profilo del social network la frase «...attualmente defenestrato a causa dell’arrivo di collega sommamente raccomandato e leccaculo...ma me ne fotto ... per vendetta appena ho due minuti gli trombo la moglie», offendendo in tal modo la reputazione del maresciallo designato in sua sostituzione al comando della compagnia di San Miniato.

La Suprema Corte, nell’annullare la sentenza della Corte Militare di appello, non ha dubbi sulla configurabilità nel caso in questione del reato di diffamazione in quanto l’imputato non si è limitato ad attribuire al suo successore le qualifiche obiettivamente negative di «raccomandato» e «leccaculo», ma ha collegato tali caratteristiche alla successione del predetto militare nella funzione di comando in precedenza ricoperta dall’imputato. Di conseguenza l’imputato ha in modo implicito, ma univoco, affermato che il successore nella sua funzione di comando era subentrato soltanto per dette qualità negative ponendole, quindi, in collegamento funzionale con un fatto concreto e, quindi, determinato. Inoltre non v’è dubbio sul fatto che la pubblicazione della frase indicata nell’imputazione sul profilo del social network “Facebook” rende la stessa accessibile ad una moltitudine indeterminata di soggetti con la sola registrazione al social network ed anche per le notizie riservate agli «amici» ad una cerchia ampia di soggetti.

A nulla vale quanto sostenuto dalla Corte di merito circa il fatto che l’imputato non aveva indicato il nome del suo successore, né la funzione di comando in cui era stato sostituito, né alcun riferimento cronologico, poiché l’utilizzo dell’avverbio «attualmente», ovviamente si riferisce al presente, e la qualificazione di «collega» collegata al termine «defenestrazione» non lascia dubbi circa l’identificazione del soggetto diffamato.

La stessa Cassazione ribadisce che ai fini della integrazione del reato di diffamazione è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone indipendentemente dalla indicazione nominativa (Sez. 5, n. 7410 del 20/12/2010). D’altro canto il reato di diffamazione non richiede il dolo specifico, essendo sufficiente ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo della fattispecie la consapevolezza di pronunciare una frase lesiva dell’altrui reputazione e la volontà che la frase venga a conoscenza di più persone, anche soltanto due.

FECONDAZIONE ETEROLOGA, CADE IL DIVIETO

Fecondazione eterologa: incostituzionale il divieto della Legge 40
Corte Costituzionale , comunicato stampa 09.04.2014 (Gianni Baldini)

Cade un altro divieto della Legge 40/04 che dal 2004 anno della sua entrata in vigore perde forse uno delle sue previsioni più significative. Si tratta del divieto assoluto di PMA eterologa (artt. 4 e 9, L. 40/04) ciò eseguita mediante utilizzo di materiale genetico di terzo donatore : quando uno dei due partner è sterile, vi è necessità di ricorrere a spermatozoi o a ovociti ''esterni'' alla coppia per concepire un bambino, pratica fino ad oggi vietata in Italia

Le questioni implicate dalla metodica erano molteplici:

  • da un lato i fautori del divieto sostenevano che la PMA eterologa violerebbe: il diritto del nato all'identità genetica, comporterebbe rischi di commercializzazione del corpo umano e comporterebbe il rischio di relazioni atipiche.
  • dall'altra parte, forti delle pronunce della Corte EDU del 2009 (SH c Austria ) e del 2010, nonchè di un quadro normativo che a livello europeo ammette e regola in quasi tutti i paesi la PMA eterologa, chi rilevava trattarsi di un divieto anacronistico che penalizza e discrimina proprio coloro che presentano forme di sterilità assoluta, non consente di realizzare il progetto genitoriale e di famiglia di tante coppie, impedisce l'esercizio di un diritto alla procreazione cosciente e responsabile come sancito in leggi nazionali e dichiarazioni internazionali.

La Consulta ha evidentemente ritenuto valide le motivazione dei ricorrenti ritenendo tale divieto incostituzionale per violazione artt 2,3,13,32 Cost. in linea con quanto affermato dalla Corte di Strasburgo nel 2009 secondo la quale vi era violazione degli artt 8 (liberta scelte vita privata e familiare) e 14 (divieto di discriminazione) della CEDU

 


PENE DETENTIVE NON CARCERARIE. ABOLIZIONE DEL REATO DI CLANDESTINITA':via libera al Ddl
Disegno di legge approvato in via definitiva dalla Camera il 02.04.2014

(ASCA) - Roma, 2 apr 2014 - Via libera definitivo, da parte dell'Assemblea della Camera, al ddl di delega al governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio, con disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili.

I si' al provvedimento, che ora diventa legge, sono stati 332, mentre 104 i no. A votare contro sono stati i gruppi di Movimento 5 Stelle, Lega Nord e Frantelli d'Italia.

 

(ASCA) - Roma, 2 apr 2014 - Domiciliari come pena principale, depenalizzazione, messa alla prova. Sono i tre pilastri sui quali si struttura la riforma del sistema sanzionatorio approvata oggi in via definitiva dalla Camera.

La legge, due deleghe e 16 articoli in tutto, ridisciplina anche il procedimento nei confronti degli irreperibili abolendo l'istituto della contumacia. Non tutte le norme pero' saranno immediatamente applicabili, all'attuazione della depenalizzazione e dei domiciliari dovra' infatti provvedere il governo attraverso appositi decreti legislativi.

Ecco, in sintesi, le principali novita'.

Domiciliari pena principale. Nel codice penale entra a pieno titolo la pena detentiva non carceraria, ossia reclusione o arresto presso l'abitazione o altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza o accoglienza (''domicilio'). Secondo la delega, i domiciliari dovranno diventare pena principale da applicare in automatico a tutte le contravvenzioni attualmente colpite da arresto e a tutti i delitti il cui massimo edittale e' fino a 3 anni. Se invece la reclusione va da 3 a 5 anni, sara' il giudice a decidere tenendo conto della gravita' del reato e della capacita' a delinquere.

Detenzione oraria. La detenzione non carceraria puo' avere durata continuativa o per singoli giorni della settimana o fasce orarie. Puo' essere eventualmente prescritto il braccialetto elettronico. Restano invece in carcere i delinquenti abituali, professionali e per tendenza, e chi non ha un domicilio idoneo o si comporta in modo incompatibile (violando ad esempio le prescrizioni) anche tenuto conto della tutela della persona offesa.

Lavori di pubblica utilità. Nel caso di reati per cui e' prevista la detenzione domiciliare, il giudice puo' affiancare alla condanna anche la sanzione del lavoro di pubblica utilita'. Per almeno 10 giorni (durata minima), il condannato dovra' prestare attivita' non retribuita in favore della collettivita'.

Meno reati. In forza di una delega il governo trasformera' in semplici illeciti amministrativi una articolata serie di reati. La depenalizzazione riguarda tutte le infrazioni attualmente punite con la sola multa o ammenda e altre specifiche fattispecie come ad esempio l'omesso versamento (se non superiore a 10mila euro) di ritenute previdenziali e assistenziali o in materia di atti e spettacoli osceni, abuso della credulita' popolare, rappresentazioni teatrali o cinematografiche abusive.

Immigrazione clandestina. E' tra i reati depenalizzati. Restera' tuttavia penalmente sanzionabile il reingresso in violazione di un provvedimento di espulsione. Limiti depenalizzazione. Non rientrano comunque nella depenalizzazione i reati relativi a edilizia e urbanistica, territorio e paesaggio, alimenti e bevande, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, sicurezza pubblica, gioco d'azzardo e scommesse, materia elettorale e finanziamento dei partiti, armi ed esplosivi, proprieta' intellettuale e industriale.

Probation. Istituto da tempo sperimentato a livello minorile, viene ora esteso agli adulti. Per reati puniti con reclusione fino a 4 anni o pena pecuniaria o per i quali e' prevista la citazione diretta a giudizio, l'imputato puo' chiedere la sospensione del processo con messa alla prova. La misura consiste in lavori di pubblica utilita' e comporta la prestazione di condotte riparatorie e (se possibile) risarcitorie, con l'affidamento al servizio sociale per lo svolgimento di un programma di recupero. Se l'esito e' positivo, il reato si estingue. In caso di trasgressione del programma di trattamento o nuovi delitti scatta pero' la revoca. Durante il periodo di prova la prescrizione e' sospesa.

Assenza imputato. Viene eliminata del tutto la contumacia. Se l'imputato (dopo un primo tentativo di notifica) e' irreperibile, il giudice sospende il processo potendo pero' acquisire le prove non rinviabili. Alla scadenza di un anno, e per ogni anno successivo, dispone nuove ricerche dell'imputato. Finche' dura l'assenza, e' comunque sospesa la prescrizione. Se le ricerche invece hanno buon esito, il giudice fissa una nuova udienza dando corso al processo. L'imputato puo' chiedere il giudizio abbreviato o il patteggiamento.

FIGLIA ULTRATRENTENNE NON HA DIRITTO DI ESSERE MANTENUTA AGLI STUDI FUORI SEDE
Cassazione civile , sez. I, sentenza 06.12.2013 n° 27377 (Giuseppina Vassallo)

La figlia ultratrentenne, studentessa universitaria fuori sede, che per sua ingiustificata inerzia non provvede a terminare il corso di studi o a trovare una pur possibile attività remunerativa, perde il diritto al mantenimento da parte dei genitori. La mancanza di stabile convivenza dei figli maggiorenni nella casa familiare, comporta la perdita del relativo diritto di assegnazione per il coniuge beneficiario.

Il Tribunale di Foggia, in via provvisoria e urgente, aveva disposto assegno di mantenimento per la moglie e per i due figli maggiorenni, addebitando la separazione al marito, reo di aver intrattenuto una relazione extra coniugale con una donna ucraina, in piccolo paese della provincia di Foggia.

Nella sentenza definitiva era stato revocato l’assegno di mantenimento per i figli. La figlia maggiore di oltre trenta anni di età era ancora iscritta all’Università e viveva lontano dalla residenza familiare.

La Corte d’Appello, adita dal marito, conferma l’assegno di mantenimento alla moglie negandole però il diritto all’assegnazione della casa familiare, sul presupposto che i figli maggiorenni non erano ormai stabilmente conviventi con la madre.

Si arriva in Cassazione, dove la donna, insiste per il riconoscimento dell’assegno di mantenimento anche in favore dei figli, e sul riconoscimento del diritto di abitare la casa coniugale.

In particolare, secondo la difesa della ricorrente, il genitore che voglia ottenere la cessazione dell’obbligo di mantenimento nei confronti del figlio maggiorenne, deve provare la colpa di quest'ultimo nel procurarsi un reddito o dimostrare l'autosufficienza economica.

Al contrario il Giudice di Appello avrebbe escluso il diritto della figlia al mantenimento paterno per non avere, la stessa, ottenuto il titolo di studio né essersi procurata un qualunque reddito, senza aver tenuto conto dello stato di avanzamento degli studi della figlia e della riconducibilità del ritardo nel completamento degli studi, ai disagi sofferti a causa della crisi familiare.

La sentenza della Cassazione ribadisce i principi ormai consolidati, in tema di assegno di mantenimento ai figli maggiorenni e assegnazione della casa in relazione alla stabile convivenza con i figli minorenni o maggiorenni non economicamente autosufficienti.

Secondo la Corte, la sentenza di secondo grado è ineccepibile e perfettamente allineata con i principi normativi e giurisprudenziali in tema di mantenimento dei figli maggiorenni (Cass. Civ. ord. n. 7970/2013, Cass. Civ. n. 4555/2012).

Deve essere confermata quindi la cessazione dell’obbligo paterno di mantenimento nei confronti dei figli e in particolare, in ragione del fatto che la figlia trentenne non abbia ancora conseguito alcun titolo di studio né trovato, al pari del fratello, una pur possibile attività remunerativa.

In conclusione, è vero che i genitori devono continuare a contribuire al mantenimento dei figli finché non raggiungano l’autosufficienza, ma occorre valutare se il ritardo nel conseguimento di un titolo di studio o lo svolgimento di un’attività economica dipenda da un atteggiamento d’inerzia o di rifiuto ingiustificato di avvalersi di opportunità lavorative.

ALCOLTEST LEGITTIMO ANCHE SE IL VEICOLO E' FERMO

Cassazione penale , sez. IV, sentenza 11.12.2013 n° 45514

Con la sentenza in epigrafe, la Corte di Cassazione ritorna su un tema dibattuto, relativo alla possibilità che un soggetto in fermata sia sottoposto ad alcoltest e sanzionato nel caso di esito “infausto” dello stesso.

I Giudici di legittimità statuiscono in maniera affermativa, osservando che la fermata altro non è se non una fase della circolazione, e dunque non si sottrae alle regole generali di cui al Codice della Strada.

 L’art. 186 del Codice della Strada, al comma 1, vieta la “guida” in stato di ebbrezza in conseguenza dell’uso di bevande alcoliche. Tale disposto normativo ha sollevato dubbi in merito al concetto stesso di “guida”, laddove esso si espone ad una interpretazione alternativa di guida come vicenda circolatoria di veicoli (in movimento) o come semplice relazione funzionale tra conducente e veicolo (riscontrabile anche in fermata).

Non a caso, alcune pronunce di legittimità, riflettendo sulla percorribilità del controllo con etilometro nei confronti di un soggetto alla “guida” di un veicolo in fermata, hanno sostenuto che, essendo la guida intesa come circolazione di veicoli, ed essendo contestualmente la fermata fase della circolazione, la risposta a tale quesito non possa che essere positiva: il soggetto in fermata verrà controllato con alcoltest e sanzionato, se ricorrono i presupposti (Cass. sez. IV, 37631/2007, a cui si aggiunge la sentenza in commento).

Altre sentenze hanno reso possibile il controllo con alcoltest al soggetto in fermata, richiedendo espressamente un quid pluris: la punibilità è subordinata alla prova certa che egli abbia circolato già in stato di ebbrezza prima di stazionare nel luogo ove avviene l’accertamento tecnico (Cass. pen., sez. V, 30209/2013; Cass. sez. VII, 10476/2010).

Risulta evidente che, mentre la prima tesi definisce la fermata “fase della circolazione”, la seconda tesi ripudia implicitamente tale principio, posto che, altrimenti, l’utilizzo dell’alcoltest e la conseguente eventuale punibilità non sarebbero affatto condizionati dalla prova di una precedente vicenda circolatoria già “condita” dallo stato di ebbrezza.

A ben vedere, è possibile riscontrare una sottile difformità di vedute in giurisprudenza, rilevante non tanto in punto di utilizzabilità dello strumento “etilometro” nei confronti del soggetto in fermata, la quale è garantita da entrambe le tesi, quanto in tema di onere della prova di cui è gravato il soggetto controllato.

Seguendo la tesi che non richiede la prova della circolazione in stato di ebbrezza avvenuta in precedenza, si dovrebbe reputare irrilevante che il soggetto dimostri di aver fatto uso di bevande alcoliche dopo essersi fermato, posto che l’art. 186 cit., considerando “guida” anche la fermata, sarebbe direttamente punitivo anche nei confronti di tale condotta. Residuerebbe solo la possibilità (patrocinata anche dai Giudici di Legittimità nella sentenza in commento) per l’imputato di provare l’irregolarità del controllo su altri fronti (es. inefficienze tecniche dell’apparecchiatura).

Valorizzando la tesi opposta, che consente la punibilità solo qualora sia dimostrato che il soggetto abbia guidato già in stato di ebbrezza e solo successivamente si sia fermato, egli potrebbe non solo fornire prova (contraria) che l’uso di bevande alcoliche sia avvenuta solo durante la fermata, ma anche avvalersi delle altre prove testé citate (es. irregolarità del controllo o inefficienze tecniche dello strumentario).   

Chi scrive si allinea con i principi espressi dalle pronunce sussumibili nel secondo percorso ermeneutico, per un motivo: la sanzione nei confronti di una persona in stato di ebbrezza dovrebbe essere comminata (si perdoni l’ovvietà) per “aver circolato” in tale stato; ma contestualmente la ratio dello strumento punitivo dovrebbe essere rappresentata dall’esigenza di tutelare la collettività dai rischi connessi a tale circolazione. Detti rischi emergono ictu oculi solo nel caso in cui la vicenda circolatoria sia consistita nel movimento dell’auto e nell’interazione con la realtà circostante, non anche in una condotta assolutamente statica, come quella che si registra nel momento della fermata.

(Altalex, 2 gennaio 2014. Nota di Filippo Lombardi)

SI AL DIRITTO DI SCEGLIERE PER IL FIGLIO IL COGNOME DELLA MADRE: LA CORTE EUROPEA CONDANNA L'ITALIA
Corte Europea Diritti dell'Uomo , sez. XII, sentenza 07.01.2014 n° 77/07

(ASCA) - Roma, 7 gen 2014 - La Corte europea per i diritti umani di Strasburgo ha condannato l'Italia per il fatto che nel nostro paese i coniugi non hanno la possibilità di dare ai propri figli solo il cognome della madre.

Nella sentenza, pubblicata sul sito web della Corte, i magistrati hanno dato ragione ai due querelanti, una coppia di Milano, Alessandra Cusan e Luigi Fazzo, che hanno una figlia e ai quali le autorità italiane non hanno concesso la possibilita' di registrare all'anagrafe la figlia Maddalena, nata il 26 aprile 1999, con il cognome materno anziché quello paterno. Sin da allora, la coppia si e' battuta per vedersi riconosciuto questo diritto.

Cusan e Fazzo avevano fatto appello all'articolo 8 (diritto al rispetto per la privacy della vita di famiglia) e all'articolo 14 (che proibisce le discriminazioni) della ''convenzione europea dei diritti umani''.

La sentenza sara' definitiva fra 3 mesi. Per i giudici e' necessario che l'Italia adotti ''riforme legislative per rimediare alla violazione riscontrata''.

Cancellieri: cognome madre gia' previsto in alcuni casi

(ASCA) - Roma, 7 gen 2014 - Sulla possibilita' di assegnare il cognome materno ai figli ''se n'e' parlato a lungo in Commissione Giustizia anche nella scorsa legislatura. Ma il meccanismo gia' esiste presso le Prefetture'' per alcuni casi limite ''e dunque si tratta di renderlo piu' pratico ed efficace''.

Lo ha affermato il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri al termine di una riunione della commissione Giustizia alla Camera, in merito al richiamo dell'Unione Europea nei confronti dll'Italia per aver violato il diritto di una coppia di assegnare al figlio il cognome della madre.

Nencini: bene decisione Corte Strasbrugo, ci avvicina a Ue

(ASCA) - Roma, 7 gen 2014 - ''Non solo non ho nessuna obiezione, ma e' una di quelle norme che abbiamo chiesto di modificare gia' dal 2001, con l'uscita della Carta dei diritti fondamentali della Ue di Nizza''. Ha risposto cosi' Riccardo Nencini, senatore e segretario del Psi, a chi gli chiedeva un commento sulla decisione della Corte di Strasburgo che ha accolto a maggioranza la richiesta di una coppia di Milano contro il rifiuto delle autorita' italiane di consentire l'attribuzione alla figlia del nome della madre.

''Sono d'accordo, e' giusto attribuire ai figli il cognome della madre purche' lo decidano i genitori o affiancarlo a quello del padre. E' una decisione che ci avvicina all'Europa. In molti Paesi e' gia' legge da un pezzo'', ha concluso Nencini.


 

Canone Rai illegittimo, ecco la verità sulla sentenza europea


 

Nei giorni scorsi è circolata prepotentemente sui social una notizia, secondo cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo avrebbe dichiarato illegittimo il canone Rai con una sentenza dello scorso 30 dicembre.

A pochi giorni dalla scadenza, insomma, la notizia, accolta favorevolmente da grandissima parte dei contribuenti, è stata immediatamente ripresa, commentata e condivisa da milioni di utenti nei vari Facebook, Twitter e compagnia, senza, però, trovare riscontro nei media ufficiali. Immediatamente, qualcuno ha iniziato a pensare alla censura della televisione pubblica, smaniosa di indurre i cittadini al versamento del canone, e dunque piuttosto restia alla diffusione di queste informazioni. Altri, invece, hanno cercato di capire se l’informazione divulgata avesse o meno un fondo di verità.

Ora, la conferma arriva direttamente da Roberto Fico, presidente della Commissione di Vigilanza Rai e uno dei parlamentari più noti e influenti del MoVimento 5 Stelle. Ecco cosa scrive Fico sulla sua pagina Facebook, ripreso anche dal blog di Beppe Grillo: “In molti mi hanno chiesto lumi sulla questione dell’illegittimità del canone Rai e in molti sanno già che la notizia diffusa nei giorni scorsi non è vera. Non esiste alcuna sentenza del 30 dicembre 2013 della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che va a trattare l’argomento legittimità del canone in Italia. Una bufala insomma.

Vi comunico invece che ho ricevuto dalla commissione delle petizioni del Parlamento Europeo (presieduta da Erminia Mazzoni, Pdl) l’invito come Presidente della Vigilanza Rai per un’audizione pubblica a Bruxelles il 19 marzo. Motivo? Discutere di alcuni aspetti del servizio pubblico televisivo Rai considerati critici dagli eurodeputati. La commissione delle Petizioni si è occupata nei mesi scorsi dell’iniziativa dell’eurodeputata della Lega Nord Mara Bizzotto (14 mila firme per chiedere l’abolizione del canone) e sull’onda della discussione ha deciso di approfondire alcuni temi.”.

Insomma, probabilmente qualche buontempone si è divertito a illudere i contribuenti che la tassa sulla televisione fosse sul punto di decadere, per effetto della conclamata sentenza europea. Una pronuncia che però, come confermato da Fico, non è mai esistita. Il canone Rai, insomma, è in vigore più che mai e andrà regolarmente saldato anche per il 2014.

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Marijuana, giudice ribadisce: coltivazione ad uso personale non è reato

Tribunale Cremona, sentenza 10.10.2013 n° 482/7/13 (Simone Marani)

Tra le condotte punite dall’articolo 73, D.P.R. 309/90 non deve essere ricompresa anche la coltivazione limitata e domestica e ad uso strettamente personale di piante come la marijuana. E' quanto emerge dalla sentenza 10 ottobre 2013 del Tribunale di Cremona.

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite, in un recente passato, con sentenza 10 luglio 2008, aveva stabilito che la condotta di “coltivazione” non è mai sottratta al rilievo penale, in quanto l’art. 75, primo comma del D.P.R. 309/1990, ricomprende, nella figura dell’illecito amministrativo, solo le condotte di importazione, acquisto e detenzione e non le altre condotte indicate dall’art. 73 e cioè tra le altre la produzione, la fabbricazione, la raffinazione, la messa in vendita ed anche la “coltivazione” delle sostanze stupefacenti. Secondo gli ermellini "sarebbe arbitrario distinguere, ai fini di ricomprendere talune condotte minori nell’area dell’art.75, tra coltivazione tecnico-agricola e coltivazione domestica che dovrebbe invece secondo alcuni rientrare nel genus della semplice detenzione".

La coltivazione domestica, sempre secondo tale orientamento, non avrebbe alcuna autonoma rilevanza giuridica in quanto ogni tipo di coltivazione avrebbe comunque l’effetto di accrescere la quantità di sostanza stupefacente presente in natura e la dizione “coltivazione” dovrebbe essere quindi intesa nel senso più ampio e senza eccezioni.

Tale approdo, sebbene radicato ed autorevole, non convince i giudici di merito: secondo il Tribunale, con il termine ”coltivazione” si fa riferimento ad un’attività tecnico-agraria o imprenditoriale "poiché si parla, ai fini dell’autorizzazione, di superficie di terreni, particelle catastali, locali destinati alla’ammasso e si prevede che la coltivazione e la raccolta possano essere controllate periodicamente dalla Guardia di Finanza e dal personale del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste anche in relazione alla ubicazione ed estensione del terreno coltivato e alla natura e alla durata del ciclo agrario".

I giudici ricordano come, sul piano della ”offensività” di una condotta in materia di coltivazione di piantine di stupefacenti, sia irrilevante, sul piano penale, ogni condotta nel caso concreto inidonea a ledere il bene della salute di terzi, con la conseguenza che, laddove non vi è offensività non vi è la necessità di un così alto livello di protezione sociale. "Nel quadro delineato dal D.P.R 309/90 infatti il bene protetto sul piano penale, non considerando il piano amministrativo, è certamente quello di evitare che le sostanze stupefacenti siano cedute a terzi e fatte circolare accrescendone così la diffusione".

Nel caso di specie, il principio attivo presente nelle infiorescenze raccolte dai Carabinieri era di non molto superiore ai limiti massimi indicati nelle Tabelle ministeriali previste dall’art. 73, comma I bis del D.P.R. 309/90, il quale avrebbe consentito l’approntamento di poche dosi, non essendo nemmeno certo che tutto il principio attivo contenuto nelle foglie e nelle infiorescenze fosse davvero recuperabile dall’imputata che disponeva certamente solo di tecniche rudimentali di raccolta.

SHOPPING COMPULSIVO? SI ALL'ADDEBITO DELLA SEPARAZIONE
Cassazione civile , sez. I, sentenza 18.11.2013 n° 25843

E’ addebitabile alla moglie la separazione in presenza di una nevrosi caratteriale nota come sindrome da shopping compulsivo, caratterizzata da un impulso irrefrenabile all’acquisto. Il disturbo mentale non aveva escluso la capacità di intendere e di volere e quindi l’imputabilità, pertanto può essere dichiarata la violazione dei doveri matrimoniali ai sensi dell’art. 143 c.c. con conseguente perdita del diritto al mantenimento.

Esiste una patologia, la donna si procura denaro sottraendolo al marito e ai familiari e compie acquisti, spesso superflui, di oggetti, come borse, gioielli e vestiti spendendo somme sempre più ingenti.

I due si separano con richieste di addebito reciproco che non viene riconosciuto dal Tribunale il quale pone a carico del marito una somma a titolo di mantenimento in favore della moglie.

L’uomo ricorre in Appello e la Corte fiorentina ribalta la pronuncia di primo grado, addebitando la separazione alla moglie ed escludendo di conseguenza la corresponsione del mantenimento.

Dalla consulenza medica psicologica effettuata nel corso del giudizio di merito, mediante il test di Rorscharch, la donna aveva manifestato una nevrosi caratteriale repressa tipica della sindrome da shopping compulsivo caratterizzato da un impulso irrefrenabile all’acquisto.

La moglie ricorre in Cassazione sostenendo che ai fini dell’addebito della separazione è necessario prima di tutto verificare l’imputabilità al coniuge della violazione dei doveri coniugali, oltre al nesso di causalità tra la condotta e l’intollerabilità della convivenza.

La sentenza della Corte riconosce l’imprescindibilità dei due requisiti che non possono però essere oggetto nel merito delle valutazioni della Corte. Dall’iter argomentativo contenuto nella sentenza di Appello, risulta chiaramente che l’imputabilità non poteva essere esclusa, poiché il CTU non aveva costatato un'incapacità di intendere e di volere, sussistendo soltanto un impulso compulsivo all'acquisto. Si trattava quindi di un disturbo della personalità che risultava "ciclico", di cui la donna era cosciente.

Anche se ci sono stati casi in cui sono state ritenute cause di esclusione dell’imputabilità nevrosi, psicopatie, disturbi della personalità, tuttavia nel caso di specie il disturbo mentale non aveva escluso la capacità di intendere e di volere.

Accertata l’imputabilità, la Corte ha giustamente ritenuto condotte contrarie ai doveri del matrimonio, il furto o la sottrazione di denaro al coniuge e ai parenti per l’acquisto di una grande quantità di oggetti di rilevante valore, consumando le risorse destinate alla famiglia. Ai sensi dell’art. 143 c.c. può certamente essere considerato violazione del dovere di collaborazione nell’interesse della famiglia, il comportamento del coniuge che sottraendo risorse alla famiglia, compie acquisti personali non giustificabili.

Sussiste anche il nesso di causalità tra le condotte della moglie e l’intollerabilità della convivenza.

La moglie si era difesa sostenendo quei fatti erano risalenti nel tempo e non potevano essere considerati la causa della crisi matrimoniale, ma non ha potuto dimostrare questa circostanza.

(Altalex, 9 dicembre 2013. Nota di Giuseppina Vassallo)

 Stamina: Tar Lazio boccia l'organismo che aveva sospeso sperimentazione

(ASCA) - Roma, 4 dic - Il decreto di nomina della Commissione del Ministero della Salute su Stamina, che aveva bloccato la sperimentazione, e' stato sospeso dal Tar del Lazio.

Il Tribunale amministrativo ha cosi' dato ragione al presidente della Stamina Foundation, Davide Vannoni che aveva addotto come motivo della sua posizione, il fatto che alcuni membri dell'Organismo scientifico si erano detti contrari alla sperimentazione gia' prima della loro nomina.

Ministero della Salute nomina nuovo Comitato scientifico

(ASCA) - Roma, 4 dic - Il Ministero della Salute, ''preso atto della sospensiva del Tar del Lazio'' e ''fatte salve le ulteriori valutazione dell'Avvocatura dello Stato anche in ordine all'impugnazione della predetta ordinanza, si attivera' per l'attuazione del provvedimento del Tar e provvedera', gia' nelle prossime ore, alla nomina dei nuovi componenti del Comitato scientifico, scelti anche tra esperti stranieri''.

Lo riferisce una nota diffusa dallo stesso dicastero della Salute che asscura anche la ''tempestiva ripresa dei lavori del Comitato scientifico permettera' di compiere gli approfondimenti istruttori indicati dal Tar''.

''Ho voluto attivare immediatamente le procedure per il nuovo Comitato - ha poi spiegatoi l ministro Beatrice Lorenzin - perche' ritengo che in questa vicenda non si possano lasciare i malati e le famiglie nel dubbio''.

ATTO TROPPO LUNGO? AVVOCATO RISCHIA LA CONDANNA ALLE SPESE
Tribunale Milano, sez. IX, ordinanza 01.10.2013 (Riccardo Bianchini)

Nell'ambito di una articolata controversia attinente alla materia del diritto di famiglia, il giudice milanese ha avuto modo di confrontarsi con il tema – invero sempre più frequente – dell'obbligo della parte di redigere atti sintetici.

Nel caso di specie, una parte si era lamentata del fatto che le memorie di controparte risultassero del tutto eccessive nei contenuti e, soprattutto, nel volume. Il giudicante, a fronte di tale contestazione ha effettivamente constatato come il contenuto della memoria indicata come “sovrabbondante” fosse, in concreto, ricca di ripetizioni di argomenti già trattati nei precedenti scritti difensivi e che essa introducesse questioni non attinenti con il thema decidendum.

Il giudicante, riconosciuto tale “sovrabbondanza” ha dunque dovuto verificare se da tale “vizio” della memoria di parte potesse derivare una qualche conseguenza processuale.

Al riguardo, viene ricordato come pure la Cassazione abbia avuto modo di chiarire che «la particolare ampiezza degli atti certamente non pone un problema formale di violazione di prescrizioni formali ma non giova alla chiarezza degli atti stessi e concorre ad allontanare l'obiettivo di un processo celere che esige da parte di tutti atti sintetici, redatti con stile asciutto e sobrio».

A ciò il giudice milanese ha aggiunto la constatazione che pure nei più recenti interventi normativi il legislatore è intervenuto al fine di introdurre principi volti a regolare il processo in modo tale da evitare inutili dispendi di sforzi difensivi – il riferimento è al codice del processo amministrativo, al cui art. 3 è stato codificato il principio della “sinteticità degli atti”, a cui sia il giudice che le parti devono attenersi.

Detto ciò, il giudice ha poi ricondotto il tema della produzione di memorie “eccessive” al più generale del giudizio in ordine alla condotta processuale tenuta dalla parte: ciò, sembra, anche nel senso che qualora la produzione di memorie “sovrabbondanti” si inserisca in una condotta processuale volta a dilatare i tempi del processo, la conseguenza dovrebbe riflettersi sul giudizio relativo alla soccombenza sulle spese di liti.

Da ciò dunque la conclusione che proprio in tale sede il tema della “sovrabbondanza” degli scritti difensivi avrebbe dovuto trovare adeguata soluzione.

EBBREZZA ALCOLICA ACCERTATA SOLO DAI SINTOMI? NON E' REATO PENALE
 
Cassazione penale , sez. IV, sentenza  10.10.2013 n° 41399  (Simone Marani)
 

La guida in stato d’ebbrezza, se accertata soltanto in chiave sintomatica, deve essere ricondotta all’ipotesi più lieve di cui alla lettera a ), del comma 2, dell’art. 186 del Codice della strada. E' quanto emerge dalla sentenza 10 ottobre 2013, n. 41399 della Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione.

Il caso vedeva un conducente essere fermato in stato di ebbrezza, quest'ultimo accertato solo su base sintomatologica, con conseguente condanna, da parte del giudice di prime cure, per il reato di cui all'art. 186, comma 2, lett. a), cod. strad.

Con ricorso per Cassazione l'imputato lamenta l'avvenuta depenalizzazione della fattispecie in questione. Come noto, la novella intervenuta con la legge 120/2010 ha trasformato la guida in stato di ebbrezza (presunta) in mero illecito amministrativo, non essendo più la il fatto previsto dalla legge come reato.

Secondo gli ermellini, in omaggio al principio del favor rei, la fattispecie, depenalizzata dalla riforma del codice della strada, ad opera della legge 29 luglio 2010, n. 120, fa sì che il giudice penale non sia più competente, con la conseguente trasmissione degli atti al Prefetto della provincia, per quanto di competenza, relativamente alla sospensione della patente di guida.

FIGLI ADOTTIVI, LA CONSULTA DICE SI ALLA RICHIESTA ALLA MADRE DI REVOCARE L'ANONIMATO
Corte Costituzionale , sentenza  22.11.2013 n° 278  (Antonia Quartarella)
 

Il figlio adottivo che abbia compiuto il 25° anno di età potrà accedere alle informazioni sulle sue origini e nello specifico venire a conoscenza dell’identità della madre biologica, anche nel caso in cui quest’ultima, al momento della nascita, abbia esercitato la facoltà di rimanere anonima. L’istanza del figlio verrà fatta pervenire alla madre biologica, che potrà decidere se acconsentire alla rivelazione della propria identità o mantenere l’anonimato.

Lo ha sancito la Corte Costituzionale con la sentenza 22 novembre 2013, n. 178 dichiarando l’incostituzionalità parziale dell’art. 28 comma 7 della Legge n. 184/1983, come sostituito dall’art. 177 comma 2 del D.lgs n. 196/2003, nella parte in cui non prevedeva – attraverso un procedimento, stabilito dalla legge, che assicuri la massima riservatezza – la possibilità per il giudice di interpellare la madre – che abbia dichiarato di non voler essere nominata ai sensi dell’art. 30, comma 1, del d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato covile) su richiesta del figlio, ai fini di una eventuale revoca di tale dichiarazione.

Com’è noto, la legge n. 184/1983, rubricata “Diritto del minore ad una famiglia”, disciplina tra l’altro il procedimento giurisdizionale per l’adozione del minore d’età con efficacia legittimante. L’art. 28, come modificato prima dalla legge n. 149/2001 e poi dal D.lgs n. 196/2003, ante declaratoria di incostituzionalità in commento, prevedeva che “Il minore adottato e' informato di tale sua condizione ed i genitori adottivi vi provvedono nei modi e termini che essi ritengono più opportuni. (…). L'adottato, raggiunta l'età di venticinque anni, può accedere a informazioni che riguardano la sua origine e l'identità dei propri genitori biologici. Può farlo anche raggiunta la maggiore età, se sussistono gravi e comprovati motivi attinenti alla sua salute psico-fisica. L'istanza deve essere presentata al tribunale per i minorenni del luogo di residenza. (…) L'accesso alle informazioni non e' consentito nei confronti della madre che abbia dichiarato alla nascita di non volere essere nominata. In quest’ultima eventualità, l’art. 93 del D.lgs n. 196/2003 secreta anche le c.d. informazioni non identificative, ricavabili dal certificato di assistenza al parto o dalla cartella clinica, che il figlio può acquisire solo dopo che siano decorsi cento anni dalla nascita.

La previsione del parto in assoluto anonimato fu introdotta dal legislatore del 1984 per assicurare, da un lato, che il parto avvenisse nelle condizioni ottimali tanto per la madre che per il figlio, e. dall’altro lato, [per] distogliere la donna da decisioni irreparabili, per quest’ultimo ben più gravi. Lo stretto legame tra diritti individuali ed interessi pubblicistici ha giustificato fino a tempi recenti la conservazione di un meccanismo rigido di accesso alle informazioni sulla propria origine da parte del figlio abbandonato alla nascita. Si riteneva che proprio l’impossibilità di superare quell’originario divieto della madre di essere nominata costituisse la garanzia di contenere il più possibile fenomeni interruttivi della gravidanza, che in condizioni di clandestinità ponevano in pericolo anche l’incolumità della gestante, o di abbandono selvaggio dei neonati.

Negli ultimi anni, però, si è sviluppato un ampio dibattito nel nostro Paese in ordine alla necessità di riformare il meccanismo di accesso alle informazioni sulle proprie origini, consentendolo anche in presenza di un originario divieto della madre ad essere menzionata. Il fenomeno dei bambini non riconosciuti alla nascita è andato ridimensionandosi nel tempo. Come si legge nella proposta di legge AC. n. 3030 del 10 dicembre 2009, negli anni ‘50 del XX sec. si contavano circa 5.000 casi l’anno. Negli ultimi anni la percentuale è drasticamente scesa a 400 casi. Le nascite si sono contratte del 39%, mentre i non riconoscimenti si sono ridotti addirittura del 91%. Molti dei non riconoscimenti che si registrano attualmente nel nostro paese sono di donne straniere. Il contenimento del fenomeno trova conforto senz’altro nel mutato quadro economico- sociale e della morale sociale. A fronte di questo dato confortante, è emerso in maniera prepotente il bisogno di quelle migliaia di figli abbandonati di ricostruire le file della propria esistenza, partendo dall’accertamento della identità dei propri genitori biologici. La legislazione internazionale riconosce unanimamente il diritto a conoscere le proprie origini come diritto fondamentale di ogni uomo ed impone agli Stati di attivarsi per assicurare che tale diritto sia esercitato con effettività. Non da ultima la CEDU all’art. 8, così come interpretato dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo, assicura tutela alla vita familiare e personale di ciascun individuo contro gli arbitri dei poteri delle pubbliche autorità, non solo vietando a questi di ostacolare l’esercizio effettivo di tale diritto, ma imponendo loro di attivarsi affinché predispongano misure in grado di assicurare tale esercizio anche nei rapporti tra consociati. L’urgenza di modifica del meccanismo di cui all’art. 28 Legge n. 184/1983 ha avuto sfogo lungo due direttrici fondamentali. Da una parte la via giurisdizionale, investendo della questione la Corte Costituzionale e la Corte Europea dei diritti dell’uomo, e dall’altra quella legislativa, con la presentazione al Parlamento nazionale di diverse proposte normative di modifica.

Prima della pronuncia in commento, la Consulta era già stata investita della legittimità costituzionale dell’art. 28 legge n. 184/1983 nella parte in cui non consentisse di superare l’originario anonimato in caso di autorizzazione della madre, appositamente richiesta dalle autorità giurisdizionali, alla menzione delle proprie generalità. In quell’occasione, tuttavia, la Corte aveva rigettato il ricorso (sentenza n. 425 del 25 novembre 2005), ritenendo in primis che l’istanza del rimettente fosse volta ad ottenere un intervento additivo non consentito ed in secundis che comunque la questione di legittimità costituzionale fosse infondata. Con riferimento a tale ultimo punto, sinteticamente la Corte aveva concluso per la ragionevolezza delle valutazioni sottese alla scelta della irretrattabilità dell’anonimato, in perfetta compatibilità sia con l’art. 2 che con l’art. 32 cost., strettamente correlato al primo in virtù della previsione dell’art. 93 D.lgs n. 196/2003 relativamente all’accesso alle informazioni non identificative. Aveva poi ritenuto non pertinente il richiamo all’art. 3 cost., stante la diversità di situazioni portate dal giudice remittente a confronto, quella del figlio adottivo che la madre non aveva voluto riconoscere e quella del figlio adottivo in ordine al quale tale dichiarazione non era stata fatta. Diversità che, ad avviso del Giudice delle Leggi, giustificava un trattamento differenziato.

Su ricorso ex art. 34 CEDU n. 33783/09, l’irragionevole esclusione tout court del figlio non riconosciuto a conoscere le generalità della madre che avesse scelto l’anonimato al momento della nascita viene posta all’attenzione della Corte di Strasburgo per sospetta violazione dell’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

La Corte, nella sentenza Godelli c/ Italia del 25 settembre 2012, approda ad un giudizio negativo circa l’irretrattabilità dell’anonimato. Il diritto di conoscere la propria ascendenza rientra nel campo di applicazione della nozione di “vita privata” che comprende aspetti importanti dell’identità personale di cui fa parte l’identità dei genitori. (..) l’art. 8 [CEDU] tutela un diritto all’identità ed allo sviluppo personale e quello di allacciare e approfondire relazioni con i propri simili ed il mondo esterno. A tale sviluppo contribuiscono la scoperta dei dettagli relativi alla propria identità di essere umano e l’interesse vitale, tutelato dalla Convenzione, ad ottenere delle informazioni necessarie alla scoperta della verità riguardante un aspetto importante dell’identità personale, ad esempio l’identità dei propri genitori. La nascita, e in particolare le circostanze di quest’ultima, rientra nella vita privata del bambino, e poi dell’adulto, sancita dall’art. 8 della Convenzione che trova così applicazione nel caso di specie. L’art. 8 CEDU non si limita ad ordinare allo Stato di astenersi da ingerenze che possano pregiudicare il diritto alla vita familiare, ma impone obblighi positivi di adozione di misure che assicurino tale rispetto anche nei rapporti tra individui. La discrezionalità di cui godono gli Stati in relazione a tale ultimo aspetto trova il proprio limite nella equa ponderazione dell’interesse di tutelare la salute della madre e del minore durante la gravidanza ed il parto e di evitare aborti clandestini o abbandoni selvaggi, da un lato, e dell’interesse del figlio a conoscere le proprie origini biologiche, dall’altro. Tale limite è stato violato dallo Stato italiano, in cui è stata data prevalenza assoluta al diritto all’anonimato, senza consentire né la reversibilità dello stesso per volontà della madre appositamente interrogata né di accedere alle informazioni non identificative sulle origini in stretta correlazione con la scelta dell’anonimato al momento della nascita. In queste condizioni, la Corte ritiene che l’Italia non abbia cercato di stabilire un equilibrio ed una proporzionalità tra gli interessi delle parti in causa ed abbia dunque oltrepassato il margine di discrezionalità che le è stato accordato. Pertanto, conclude la Corte, vi è stata violazione dell’art. 8 della Convenzione.

Nelle more della pronuncia della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, sono stati presentati in Parlamento tre diverse proposte di legge: la più risalente è la n. 1899 del 12 novembre 2008, segue la n. 2919 dell’11 novembre 2009 e da ultimo la n. 3030 del 10 dicembre 2009. Tutte partono dalla considerazione che il diritto al parto in segreto ed in assoluto anonimato è una conquista giuridica che non possa essere messa in discussione; ritengono altresì improcrastinabile un nuovo bilanciamento del diritto della madre all’anonimato e del diritto del figlio a conoscere le proprie origini, incidendo sulla sostanziale irreversibilità del divieto di essere nominata manifestato dalla madre. Divergono, però, anche considerevolmente, sulle modalità di attuazione di questa nuova ponderazione degli interessi in gioco; molto estrema rispetto al testo fino ad oggi in vigore la proposta del novembre 2009, che prevede la decadenza del divieto con il raggiungimento del 40° anno di vita del figlio. Meritevole di attenzione, anche per la forte assonanza con la soluzione adottata dalla Consulta nella sentenza in commento, la proposta del dicembre 2009: consentire alla madre che all’epoca del parto avesse optato per l’anonimato di valutare la possibilità di rendere nota la propria identità.

A distanza di otto anni dalla pronuncia del 2005, alla luce della conclusioni rassegnate nel caso Gondelli e considerata, a fronte dell’inerzia del nostro legislatore, l’urgenza di tutelare il diritto fondamentale alla conoscenza delle proprie origini, come declinazione del diritto alla propria identità personale garantito dall’art. 2 cost., la Consulta dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 28 Legge n. 184/1983 per violazione degli artt. 2 e 3 cost. Il vulnus è proprio rappresentato dalla irreversibilità del segreto: mentre la scelta per l’anonimato legittimamente impedisce l’insorgenza di una “genitorialità giuridica”, con effetti inevitabilmente stabilizzati pro futuro, non appare ragionevole che quella scelta risulti necessariamente e definitivamente preclusiva anche sul versante dei rapporti relativi alla “genitorialità naturale”: potendosi quella scelta riguardare, sul piano di quest’ultima, come opzione eventualmente revocabile (in seguito alla iniziativa del figlio), proprio perché corrispondente alle motivazioni per le quali essa è stata compiuta e può essere mantenuta.

Deve allora essere consentito al figlio abbandonato che, compiuto il 25° anno di età, ne faccia richiesta, di poter conoscere l’identità della madre che abbia scelto l’anonimato, qualora, disposta l’interrogazione di quest’ultima da parte delle autorità, la stessa ne abbia autorizzato la notizia.

Sarà compito del legislatore, conclude la Consulta, introdurre apposite disposizioni volte a consentire la verifica della perdurante attualità della scelta della madre naturale di non voler essere nominata e, nello stesso tempo, a cautelare in termini rigorosi il suo diritto all’anonimato, secondo scelte procedimentali che circoscrivano adeguatamente le modalità di accesso, anche da parte degli uffici competenti, ai dati di tipo identificativo, agli effetti della verifica di cui innanzi si è detto.

Per approfondimenti:

VIETATO L'INGRESSO AI CANI!
ILLEGITTIME LE RESTRIZIONI ASSOLUTE NEI GIARDINI PUBBLICI
TAR Basilicata-Potenza, sez. I, sentenza 17.10.2013 n° 611 (Riccardo Bianchini)

Il giudice amministrativo ha avuto modo di confrontarsi con un tema, invero non certo usuale, ma degno di rilievo proprio in considerazione della peculiarità del caso concreto.

Il fatto originante la controversia è relativo a un'amministrazione comunale che aveva emanato un provvedimento volto a tutelare l'igiene pubblica e, nel far ciò, erano stati posti stringenti limitazioni alla possibilità di introdurre in aree pubbliche cani, ancorché debitamente accompagnati.

Più in particolare, nel provvedimento poi impugnato da una associazione animalista veniva ordinato ai proprietari di cani di non lasciare gli animali liberi di vagare senza custodia e ai detentori degli stessi di munirsi di strumenti idonei alla raccolta degli escrementi: oltre a ciò – incontestato da parte dell'associazione ricorrente – veniva però anche vietato in maniera assoluta l’ingresso dei cani nelle scuole, strutture sportive e nei giardini pubblici comunali e nei luoghi in cui siano presenti giochi per bambini.

A fronte di tale stringente limitazione - questa sì impugnata con la proposizione di ricorso giurisdizionale nella parte in cui vietava ai cittadini di accedere coi loro cani nelle predette aree pubbliche - venivano sollevati una pluralità di censure.

Il giudice amministrativo, nel valutare la fondatezza del ricorso, ha centrato il proprio ragionamento sul fatto che l'amministrazione comunale aveva già posto in essere una regolamentazione atta a salvaguardare l'interesse pubblico in questione: ossia l'igiene pubblica. Essa aveva infatti posto l'obbligatorietà della raccolta degli escrementi e, di più, che gli accompagnatori dell'animale fossero in possesso di strumenti idonei alla raccolta.

Da ciò la violazione del principio di proporzionalità laddove l'amministrazione ha comunque vietato l'ingresso nelle aree pubbliche agli animali, in quanto l'interesse pubblico era già stato soddisfatto senza che vi fosse necessità di aggravare ulteriormente la posizione dei titolari di diritti sugli animali attraverso l'imposizione di vincoli alla limitazione alla libertà di circolazione.

Su quest'ultimo punto, pare interessante osservare che, così affermando, il giudice amministrativo implicitamente ha ricondotto alla libertà di circolazione del proprietario dell'animale il fatto che esso possa liberamente circolare assieme al proprio animale d'affezione.

(Altalex, 11 novembre 2013. Nota di Riccardo Bianchini)



USURA BANCARIA: DA QUALE DATA LE BANCHE "NON POTEVANO NON SAPERE"?
 
Tribunale Lecce, sezione Gip, ordinanza  13.11.2013 (Antonio Tanza)

L’ordinanza del GIP di Lecce lacera il velo di Maia dietro il quale il ceto bancario, con la connivenza della Banca d’Italia, ha amato, per anni, nascondersi e cerca di farlo ancora. Ma vale la pena riportare la valutazione che la Corte di Cassazione con  sentenza n. 46669/2011 ha riservato alla S.p.A. delle banche ed il ruolo effettivamente svolto dalla Banca d’Italia nell’affare usura: “Quindi, come peraltro rilevato sia dal Tribunale[1] e dalla Corte territoriale[2], anche la CMS deve essere tenuta in considerazione quale fattore potenzialmente produttivo di usura, essendo rilevanti ai fini della determinazione del tasso usurario, tutti gli oneri che l'utente sopporta in relazione all'utilizzo del credito, indipendentemente dalle istruzioni o direttive della Banca d'Italia (circolare della Banca d'Italia 30.9.1996 e successive) in cui si prevedeva che la CMS non dovesse essere valutata ai fini della determinazione del tasso effettivo globale degli interessi, traducendosi in un aggiramento della norma penale che impone alla legge di stabilire il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari. Le circolari e le istruzioni della Banca d'Italia non rappresentano una fonte di diritti ed obblighi e nella ipotesi in cui gli istituti bancari si conformino ad una erronea interpretazione fornita dalla Banca d'Italia in una circolare, non può essere esclusa la sussistenza del reato sotto il profilo dell'elemento oggettivo. Le circolari o direttive, ove illegittime e in violazione di legge, non hanno efficacia vincolante per gli istituti bancari sottoposti alla vigilanza della Banca d'Italia, neppure quale mezzo di interpretazione, trattandosi di questione nota nell'ambiente del commercio che non presenta in se particolari difficoltà, stante anche la qualificazione soggettiva degli organi bancari e la disponibilità di strumenti di verifica da parte degli istituti di credito.”

La sentenza della S.C. ha anche affermato come gli organi di vertice degli istituti di credito (nella specie, nella persona del presidente del consiglio di amministrazione), indipendentemente dalla suddivisione dei compiti all'interno dell'istituto, sono i garanti primari della corretta osservanza delle disposizioni di legge in tema di erogazione del credito e, quindi, sussiste a loro carico una posizione di garanzia con l'obbligo di vigilanza e controllo dell'osservanza di tali disposizioni, segnatamente quelle in tema di superamento del tasso soglia usurario, con la conseguente possibilità di affermare, in caso di omissione di controllo, quantomeno la corresponsabilità per le erogazioni a tasso usurario, ricadendo tale omissione nella sfera di azione dell'art. 40, comma 2, c.p., secondo cui "non impedire un evento che si ha l'obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo".

Infatti, se ovviamente i compiti gestionali e operativi in materia di erogazione del credito non possono non essere attribuiti agli organi sottordinati centrali e alle diverse gestioni periferiche, gli organi apicali sono comunque tenuti a vigilare e impedire che venga superato il tasso soglia, con la conseguente responsabilità penale concorrente di tali organi apicali ove venga superato il tasso soglia degli interessi in ordine alla erogazione del credito alla clientela.

L’ordinanza in commento ha poi individuato anche il periodo nel quale le banche, in quanto informate dalle circolari della Banca d’Italia, non potevano non sapere che le CMS dovevano essere comprese nel calcolo del tasso usurario: “L'inclusione della c.m.s. nel calcolo del TEG, ancor prima dell'intervento chiarificatore ad opera del legislatore, era stata raccomandata all'intero ceto bancario dalla stessa Banca d'Italia con Circolare del 2 dicembre 2005.”

A completamento del quadro si aggiunga che le banche, al tempo, si erano dotate di un programma di calcolo dell’usura erroneo (CMS, valute fittizie, tasso di mora, ecc. non erano compresi nel calcolo dell’usura) e, dunque, dal 2 dicembre 2005 al maggio 2011 (nuovi parametri per il calcolo dell’usura, ovviamente più favorevoli alle banche) non è raro il fenomeno dell’usura bancaria.

Assegno di divorzio: occorre distinguere tra tenore di vita e stile di vita
 

Cassazione civile , sez. I, sentenza  16.10.2013 n° 23442  (Giuseppina Vassallo)
 

In materia di assegno di divorzio occorre distinguere tra “stile di vita” e “tenore di vita”. Lo stile di vita, pur in presenza di rilevanti potenzialità economiche può essere “understatement", ovvero sottotono o dimesso, per scelta personale. Il tenore di vita in costanza del matrimonio va valutato in relazione al complesso delle risorse economiche dei coniugi, tenendo conto di tutte le potenzialità derivanti dalla titolarità del patrimonio in termini di redditività, di capacità di spesa, di garanzie di elevato benessere, oltre che di fondate aspettative per un rilevante cambiamento di stile di vita.

Con la sentenza 16 ottobre 2013, n. 23442 la Cassazione introduce un concetto nuovo per la corretta determinazione dell’assegno divorzile. Uno dei presupposti per il riconoscimento del diritto all'assegno di mantenimento è l’inadeguatezza dei mezzi economici da parte del coniuge “debole”. Il concetto di adeguatezza va ricercato con riferimento all'idoneità o meno alla conservazione di un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio. Non si parla dunque di stato di bisogno dell'avente diritto, che può anche essere economicamente autosufficiente.

Il caso. Siamo in presenza di una coppia benestante, lei primario dell’ospedale presso cui lavora e proprietaria dell’immobile in cui abita, lui oltre al reddito lavorativo è proprietario di svariati immobili di elevatissimo valore tra cui un casale di oltre 500 mq con annessi, giardino e piscina, un appartamento a Parigi, due immobili di pregio a Roma e svariati immobili nel territorio di Siena e Chianciano Terme.

Il Tribunale di Montepulciano, nel pronunciare il divorzio, dispone l’obbligo di versare un mantenimento alla moglie di 1.200 euro, ma il marito non ci sta e ricorre in Appello, sede in cui viene confermato l’obbligo di corrispondere l’assegno divorzile.

Entrambe le pronunce di merito si fondano sul raffronto della situazione economica e patrimoniale dei due coniugi, in particolare tenendo conto del patrimonio immobiliare del marito indice della disponibilità di risorse economiche importanti.

Si arriva in Cassazione, dove l’uomo lamenta che entrambe le decisioni non hanno tenuto conto né della brevità del matrimonio né della circostanza che in tale periodo la coppia non ha praticamente convissuto, pertanto non si è consolidato un regime di vita comune, avendo i due coniugi abitato nelle proprie residenze e proseguito ognuno lo stile di vita precedente.

Erroneamente i giudici avrebbero valutato solo il dislivello economico delle due parti e di conseguenza avrebbero disposto un mantenimento fondandolo sul tenore di vita goduto in costanza di matrimonio sensibilmente più elevato di quello di cui avrebbe goduto la moglie dopo la fine del matrimonio, nonostante la rispettabile posizione economica della stessa.

La sentenza. I giudici della Cassazione specificano che nel valutare la sussistenza del diritto a percepire l’assegno divorzile, bisogna distinguere lo stile di vita dal tenore di vita.

Lo stile di vita, pur in presenza di rilevanti potenzialità economiche può essere “understatement", ovvero sottotono o dimesso, per scelta. Tale scelta non elimina però le potenzialità di una condizione economica molto agiata quale era indubbiamente quella della coppia di coniugi.

Inoltre devono essere considerate anche le aspettative che derivano dalla convivenza con un coniuge possessore di un rilevante patrimonio immobiliare che si concretano in una legittima aspirazione ad un rilevante cambiamento di stile di vita. Anche tali aspettative concorrono a determinare il tenore di vita.

In conclusione i giudici di merito hanno avuto ragione nel determinare l’assegno di mantenimento quantificandolo nella misura di 1.200 euro, tenendo conto anche della brevità del matrimonio e della ridotta convivenza, poiché altrimenti il mantenimento sarebbe stato ancora più elevato.

Pur introducendo il concetto di stile di vita da tenere distinto dal tenore di vita, la Corte Suprema ha ribadito un principio già affermato in precedenza.

Il tenore di vita da valutare non è tanto quello di fatto goduto durante il matrimonio, ma quello che le potenzialità economiche dei coniugi avrebbero consentito loro (Cass. Civ. nn. 2626/06, 18547/06, 23071/05).

In particolare, la sentenza della prima sezione civile della Cassazione n. 6699/2009 aveva parlato di irrilevanza del più “modesto tenore di vita subito o tollerato”. Infatti, “il tenore di vita goduto in costanza del matrimonio va identificato avendo riguardo allo standard di vita reso oggettivamente possibile dal complesso delle risorse economiche dei coniugi, tenendo conto di tutte le potenzialità derivanti dalla titolarità del patrimonio in termini di redditività, di capacità di spesa, di garanzie di elevato benessere, oltre che di fondate aspettative per il futuro

TENORE DI VITA ELEVATO? IL CONRIBUENTE DEVE PROVARE LA RICCHEZZA ACCUMULATA NEL TEMPO
 
Cassazione civile , sez. tributaria, sentenza 25.09.2013 n° 21994

Nella valutazione della legittimità dell’accertamento sintetico cosiddetto “Redditometro” (art. 38, comma 4, 5, e 6 del Dpr n. 600/73), i giudici devono considerare con attenzione le giustificazioni del contribuente ed eventualmente valutare se il suo stile di vita derivi o meno da una ricchezza accumulata in passato.

Tale principio è stato sancito da una recentissima pronuncia della Suprema Corte (sentenza 25 settembre 2013, n. 21994 della Corte di Cassazione), la quale ha chiarito come i giudici dei precedenti gradi di giudizio avessero errato nel non considerare i documenti prodotti dal contribuente e attestanti un notevole accumulo di ricchezza negli anni precedenti a quello accertato.

I giudici della Cassazione, infatti, dichiarano che “Non può negarsi … che il giudice di merito, a fronte della documentazione fornita dai contribuenti … dalla quale, in tesi, sarebbe derivata la prova che il maggior reddito accertato per l'anno 1992 sulla base di indici di capacità contributiva rilevati dall'Ufficio (possesso di autovetture ed abitazioni) era giustificato dalla disponibilità di capitale accumulato in anni precedenti, si è limitato a negare la produzione di qualsiasi idonea prova contraria, senza supportare tale apodittica statuizione con sufficienti argomentazioni”.

Alla luce di tale pronuncia, ci si augura che il monito della Suprema Corte possa essere ascoltato da tutti gli addetti ai lavori, in modo da poter avere maggiore serenità e attenzione sia nell’applicazione di tale strumento accertativo (da parte dell’Agenzia delle Entrate) che nella valutazione della legittimità dello stesso (da parte dei giudici).

(Altalex, 17 ottobre 2013. Nota di Matteo Sances)



GUIDA IN STATO DI EBBREZZA: IN CASO DI INCIDENTE LA PENA RADDOPPIA SOLO IN CASO DI PROVOCAZIONE, NON ANCHE IN CASO DI MERO COINVOLGIMENTO
 
Cassazione penale , sez. IV, sentenza  13.09.2013 n° 37743 
 

Una delle novità più salienti introdotte con le recenti modifiche apportate all'art. 186 CdS, si rinviene nel testo del comma 2-bis.

Esso prevede, infatti, una circostanza che aggrava la pena base prevista per la guida in stato di ebbrezza e che recita testualmente: ”Se il conducente in stato di ebbrezza provoca un incidente stradale, le sanzioni di cui al comma 2 del presente articolo e al comma 3 dell'articolo 186-bis sono raddoppiate ed è disposto il fermo amministrativo del veicolo per centottanta giorni, salvo che il veicolo appartenga a persona estranea all'illecito. Qualora per il conducente che provochi un incidente stradale sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 1,5 grammi per litro (g/l), fatto salvo quanto previsto dal quinto e sesto periodo della lettera c) del comma 2 del presente articolo, la patente di guida è sempre revocata ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI. È fatta salva in ogni caso l'applicazione dell'articolo 222."

Tale norma trova puntuale ed omologa previsione nel testo del successivo articolo 187,1-bis : "Se il conducente in stato di alterazione psico-fisica dopo aver assunto sostanze stupefacenti o psicotrope provoca un incidente stradale, le pene di cui al comma 1 sono raddoppiate e, fatto salvo quanto previsto dal settimo e dall'ottavo periodo del comma 1, la patente di guida è sempre revocata ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI. È fatta salva in ogni caso l'applicazione dell'articolo 222.”.

Or bene, la ulteriore condizione oggettiva che viene necessariamente richiesta in abbinamento a quella basilare soggettiva, o della ebbrezza alcolica o dell'alterazione da stupefacenti, per ritenere operative le circostanze aggravanti in oggetto, consiste nella condotta di avere provocato un incidente stradale, vale a dire di essere il soggetto attivo e diretto nella causazione dell'evento dannoso.

La verificazione dell'incidente stradale (ed ogni sua conseguenza dannosa), quindi, deve essere imputabile, sul piano esclusivo, al soggetto imputato (o della violazione dell'art. 186, oppure di quella dell'art. 187 CdS).

Il caso di specie, invece, proponeva alla valutazione dei Supremi giudici una digressione rispetto all'originaria previsione fattuale, posto che all'imputato-ricorrente veniva contestato il "coinvolgimento" nell'incidente stradale.

Vale a dire che la descrizione del comportamento in base al quale è stata formulata l'ipotesi di reato attribuita al ricorrente ha prestato il fianco ad una evidente censura del Collegio di legittimità.

In primo luogo, la critica ha trovato ragion d’essere perché, esaminando l’imputazione sul piano puramente lessicale, si deve rilevare la presenza di un'assoluta improprietà (l'uso dell'espressione "essere coinvolto" in luogo di quella "avere provocato" - la quale riverbera indubbi effetti anche in punto di diritto -.

E’, infatti, del tutto pacifico che la previsione normativa di aggravamento sanzionatorio della pena base (in entrambi i reati) debba rimanere circoscritta alla condotta di chi cagiona, per propria responsabilità e colpa un sinistro.

L’atto di cagionare, dunque, inteso come gesto di natura indubbiamente colposa.

Esso, però, trova il suo fondamento, sia fattuale che giuridico, in un comportamento attivo dell'individuo, che si ponga come violazione di uno tra i plurimi precetti normativi del CdS e ne sia diretta conseguenza.

In secondo luogo - ed in stretto legame logico con il principio sopra affermato - la Corte di legittimità precisa, inoltre, che, comunque, la situazione di chi è coinvolto in un incidente stradale non può (e non deve) formare oggetto di confusione con quella di chi lo provoca.

Dopo avere risolto, infatti, agevolmente il dato puramente formale e tassativo dell’individuazione della condotta oggetto della previsione contenuta dall’aggravante, la Corte di Cassazione affronta, quindi, anche il tema concernente l'evidente  impossibilità di conferire analogo significato alle due distinte condotte.

Sotto questo ultimo specifico profilo, il Collegio afferma – in maniera tanto lapidaria, quanto convincente -  che ove si ritenesse di operare un’eventuale equiparazione fra soggetto che provoca e soggetto che viene (incolpevolmente e suo malgrado) coinvolto in un sinistro, ci troverebbe dinanzi ad “un’inammissibile ipotesi di analogia in malam partem”.

Tale divieto, deducibile dall’art. 25 comma 2° Cost.,  trova fondamento nel fatto che tale forma di analogia contrasta in tutta evidenza con le esigenze garantistiche del principio di legalità e, soprattutto, quello di tassatività.

Vale a dire, quindi, che sarebbe inaccettabile tanto nel nostro ordinamento giuridico, che nel nostro sistema legislativo, riconoscere la possibilità di estendere gli effetti punitivi di una norma incriminatrice di natura penale, rivolta, quindi, a sanzionare specifiche condotte, anche nei confronti di altri comportamenti o (situazioni), che seppure simili, non siano espressamente  previsti ex lege.

Ulteriore conferma dell’assunto, si ricava, inoltre, esemplificativamente dal testo degli artt. 1 e 199  c.p., che sanciscono il principio per cui nessuno può essere sottoposto a pena o a misura di sicurezza se non sulla base di una norma di legge e dall'art. 25 della Cost. secondo cui: "nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fato commesso".

Tornando conclusivamente alla sentenza in commento, appare, quindi, del tutto incontroversa  e pacifica l’esaltazione dell’infungibilità e dell’inconfondibilità interpretativa del verbo “provocare” (l’incidente), il quale, pertanto, configura l’unica condotta in capo alla quale viene riconnesso il trattamento sanzionatorio aggravato in relazione agli artt. 186 comma 2-bis e 187 comma 1-bis Cds.

RITARDO NELLA CONSEGNA DEL BAGAGLIO? LA COMPAGNIA AEREA RISPONDE DI DANNO ESISTENZIALE
 
Giudice di Pace Napoli, sez. VII civile, sentenza  09.05.2013 n° 16612  (Michele Iaselli)

La sentenza del Giudice di Pace di Napoli, VII Sezione Civile, Dott. Cappiello, n. 16612/2013 affronta una problematica purtroppo molto frequente e cioè la tutela del consumatore/viaggiatore, anche nelle ipotesi di semplice ritardo nella consegna del bagaglio.

Nel provvedimento in esame viene accertato il diritto di un passeggero di una compagnia aerea ad ottenere risarcimento del danno esistenziale per "vacanza rovinata" nell'ipotesi di ritardata consegna del bagaglio imbarcato in considerazione del disagio patito per mancanza di vestiti ed effetti personali.

La sentenza in applicazione della Convenzione per l'unificazione di alcune regole relative al trasporto aereo internazionale, firmata a Montreal il 28 maggio 1999, ha riconosciuto agli attori oltre al danno patrimoniale emergente (€ 21,46), anche il danno esistenziale in misura di € 1.100,00 per ciascun passeggero.

Difatti la predetta convenzione all’art. 17 dispone come principio di carattere generale che il vettore è responsabile del danno derivante dalla distruzione, perdita o deterioramento dei bagagli consegnati, per il fatto stesso che l'evento che ha causato la distruzione, la perdita o il deterioramento si è prodotto a bordo dell'aeromobile oppure nel corso di qualsiasi periodo durante il quale il vettore aveva in custodia i bagagli consegnati. In particolare nel caso di bagagli non consegnati, compresi gli oggetti personali, il vettore è responsabile qualora il danno derivi da sua colpa ovvero da colpa dei suoi dipendenti o incaricati. Inoltre l’art. 23 della Convenzione sancisce che le somme espresse in diritti speciali di prelievo nella presente convenzione si intendono riferite al diritto speciale di prelievo quale definito dal Fondo monetario internazionale. La conversione di tali somme nelle monete nazionali si effettuerà, in caso di procedimento giudiziario, secondo il valore di tali monete in diritti speciali di prelievo alla data della sentenza. Il valore in diritti speciali di prelievo di una moneta nazionale di uno Stato parte che sia membro del Fondo monetario internazionale è calcolato secondo il metodo di calcolo applicato alla data della sentenza dal Fondo stesso per le proprie operazioni e transazioni. Il valore in diritti speciali di prelievo di una moneta nazionale di uno Stato parte che non sia membro del Fondo monetario internazionale è calcolato secondo il metodo indicato dallo stesso Stato parte.

Tale decisione rappresenta un'importante innovazione giurisprudenziale, in quanto ha confermato quanto già disposto nel 2003 dal Giudice di Pace di Massa, che con la sentenza del 13 novembre 2003 concedeva all’istante il risarcimento del danno esistenziale da vacanza rovinata per la ritardata consegna del bagaglio, ma in misura ridotta (ex art. 1226 c.c.), in quanto all'epoca non era ancora in vigore la Convenzione di Montreal del 1999, dal cui combinato disposto scaturisce il recente provvedimento del Giudice di Pace di Napoli.

In realtà, anche nel 2010 il Tribunale di Palermo, a mezzo Sentenza del 3 giugno 2010, n. 2872, quantificava il risarcimento nei confronti del passeggero sulla scorta della Convenzione di Montreal, ma detta pronuncia riconosceva il diritto dell'istante sulla scorta dell'accertato inadempimento contrattuale del vettore aereo e non quale risarcimento del danno esistenziale da vacanza rovinata.

VIETATO L'UTILIZZO DEL COLLARE ELETTRONICO: COSTITUISCE  MALTRATTAMENTO
 

Cassazione penale , sez. III, sentenza  17.09.2013 n° 38034

L'utilizzo del collare anti-abbaio costituisce la condizione di detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura, nonché di maltrattamento di animali. E' quanto emerge dalla sentenza 17 settembre 2013, n. 38034 della Terza Sezione Penale della Cassazione.

Secondo gli ermellini, il collare elettronico è certamente incompatibile con la natura del cane, fondandosi sulla produzione di scosse o altri impulsi elettrici che, tramite un comando a distanza, si trasmettono all'animale provocando reazioni varie.

Trattasi, infatti, "di un addestramento basato esclusivamente sul dolore, lieve o forte che sia, e che incide sull'integrità psicofisica del cane poiché la somministrazione di scariche elettriche per condizionarne i riflessi ed indurlo tramite stimoli dolorosi ai comportamenti desiderati produce effetti collaterali quali paura, ansia, depressione ed anche aggressività".

Come precisato sempre dalla Terza Sezione Penale della Cassazione, nella sentenza 15 aprile 2007, n. 15061, l’uso del collare anti-abbaio rientra nella previsione del codice penale che vieta il maltrattamento di animali, ai sensi dell’art. 544-ter c.p. Tale strumento costituisce, inoltre, incrudelimento senza necessità, nei confronti di animali, suscettibile di dare luogo al reato di cui all’art. 727 c.p., in quanto comportamento che produce nell’animale sofferenze che non sono giustificate dall’esigenza di tutelare terze persone.

In tale sede i giudici di legittimità precisarono come l’uso del collare anti-abbaio non potesse trovare giustificazione nel caso in cui eventuali comportamenti molesti dell’animale potessero essere corretti con trattamenti educativi privi di ogni forma di violenza ed accanimento.

Nella fattispecie, il cane dell'imputato, al momento del rinvenimento, mentre vagava incustodito sulla pubblica via, era provvisto di collare con dispositivo elettrico, l'utilizzo del quale, come relazionato dal veterinario, era in grado di produrre effetti difficilmente valutabili sul comportamento dell'animale, talvolta reversibili, altre volte permanenti, ma comunque considerabili maltrattamento.

(Altalex, 24 ottobre 2013. Nota di Simone Marani)

PRESCRIZIONE DEL REATO NON FERMA CONFISCA DELL'AUTO E SOSPENSIONE DELLA PATENTE
 
Cassazione penale , sez. IV, sentenza  07.10.2013 n° 41415 
 

E' possibile applicare la sospensione della patente e la confisca del veicolo anche se il reato di guida in stato di ebbrezza è prescritto. E' quanto emerge dalla sentenza 7 ottobre 2013, n. 41415 Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione.

Sebbene, a seguito delle modifiche operate dalla legge 29 luglio 2010, n. 120, recante "Disposizioni in materia di sicurezza stradale", si ritenga che la confisca, prevista per l'ipotesi più grave di guida in stato di ebbrezza, oltre che per l'ipotesi di rifiuto di sottoporsi all'alcoltest e di guida sotto l'influenza di sostanze psicotrope, sia pacificamente qualificata come sanzione amministrativa, e non più penale, permane l'obbligo, per il giudice, di disporre la confisca nel caso di sentenza di condanna o di applicazione della pena per i reati per i quali la misura sia prevista, dalla legge, quale ulteriore conseguenza.

Secondo i giudici, non è di ostacolo all’annullamento della sentenza il rilievo che, nel frattempo, il reato ascritto al prevenuto sia giunto a prescrizione, non rientrando, l’ipotesi in esame, nell’ambito di applicabilità dei principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. pen., Sez. Un., 19 gennaio 2000, ric. Tuzzolino), con la quale si è affermato che "nel caso di condanna non è di ostacolo alla dichiarazione della prescrizione la circostanza che la impugnazione non abbia avuto ad oggetto l’affermazione di responsabilità dell’imputato ma la sola quantificazione della pena".

Nel caso di specie l’impugnazione riguardava la omessa applicazione di sanzioni accessorie di natura amministrativa che devono accedere obbligatoriamente alla sentenza di condanna (o di patteggiamento, come nel caso in esame). “La speciale natura della sanzione - che non perde il suo carattere amministrativo per il solo fatto che l’applicazione è demandata al giudice in caso di accertamento di taluni reati - rende inapplicabile il principio affermato dalla Sezioni Unite - spiega la Cassazione - poiché quando il gravame abbia devoluto unicamente la mancata applicazione di detta sanzione è evidente che tutti gli aspetti penali della regiudicanda, tra cui l’affermazione di responsabilità e la pena, debbono ritenersi coperti dal giudicato: di tal che, la sanzione accessoria amministrativa, se omessa, potrà essere successivamente applicata anche nel caso in cui nel frattempo sia intervenuta la prescrizione del reato oggetto della sentenza di condanna o di applicazione della pena”.

A conforto di detta interpretazione -vale a dire la possibilità di applicazione della sanzione accessoria prescindendo dalla prescrizione - vi è un ulteriore argomento con specifico riferimento alla sospensione della patente di guida: ed invero, in caso di concorso tra la sospensione della patente disposta dal Prefetto e quella disposta dal giudice per lo stesso fatto, anche se il periodo di sospensione stabilito col provvedimento prefettizio non può essere computato all’atto della determinazione della durata della sanzione amministrativa definitivamente applicata dal giudice, tuttavia non vi potrà essere cumulabilità tra i due periodi ond’è che, nella fase di esecuzione, la sospensione della patente concretamente attuata in seguito al provvedimento prefettizio dovrà essere comunque computato a vantaggio dell’imputato e sottratta dal periodo (che verrà) autonomamente stabilito dal giudice”.

 

(Altalex, 15 ottobre 2013. Nota di Simone Marani)

 

IL SEMAFORO NON FUNZIONA? IN CASO DI SINISTRO E' IL COMUNE A RISARCIRE









Cassazione Civile sentenza n. 18916/13 

 

Quanti sinistri sono causati da malfunzionamenti degli impianti semaforici? Sicuramente non pochi. L’importante sentenza 18916/13 pubblicata ieri 11 ottobre dalla terza sezione della Cassazione Civile, forse potrebbe risolvere il problema e se non altro impegnare i comuni ad una maggiore attenzione e manutenzione perché di fatto stabilisce l’integrale responsabilità dell’amministrazione comunale per tutti quei sinistri causati da un non corretto funzionamento dei semafori per esempio quando all’incrocio uno dà luce intermittente (o spenta) e l’altro funziona regolarmente e proietta luce verde a uno degli automobilisti rimasti coinvolti nell’incidente.

Non vi è dubbio che la lanterna intermittente (o spenta) dell’impianto che regola una parte dell’intersezione costituisce un’insidia per i conducenti, mentre la responsabilità degli automobilisti, che pure astrattamente si può integrare come apporto causale concorrente, deve essere sorretta da giustificazioni piuttosto solide perché possa dirsi configurata.

Nella fattispecie sono stati accolti entrambi i ricorsi, sia principale che incidentale, proposti da uno dei conducenti e dall’assicurazione dell’altro. Per gli ermellini il Tribunale che aveva giudicato in funzione di giudice dell’appello, ha sbagliato a ripartire equamente la colpa del sinistro fra il Comune e i due conducenti dei veicoli, peraltro errando nei conteggi.

Rilevano i giudici di legittimità che la motivazione non considera correttamente quanto il malfunzionamento di uno dei due semafori all’incrocio abbia inciso sul verificarsi del sinistro. Soprattutto perché dev’essere anche evidenziato che l’incidente era avvenuto in piena notte, con l’impianto che da una parte non funzionava mentre dall’altra parte della strada era regolare dando via libera ai veicoli che sopraggiungono.

Rilevano i giudici di piazza Cavour che secondo consolidata giurisprudenza della stessa Corte, la luce gialla intermittente della lampada, così come l’assenza totale di segnale valido, costituisca un trabocchetto vero e proprio che rende responsabile dei fatti lesivi la pubblica amministrazione tenuta alla gestione del servizio. Nel caso in questione, quindi, i conducenti procedevano a vista ed erano costretti ad affidarsi soltanto a ciò che potevano scorgere da lontano. Tocca, quindi, al giudice del rinvio ripartire la responsabilità dell’evento alla luce della commentata decisione.
Lecce, 12 ottobre 2013

Giovanni D’AGATA

ESIBIRE MAGLIETTA CHE INNEGGIA AL FASCISMO DURANTE UN EVENTO SPORTIVO:  E' REATO
 
Cassazione penale , sez. I, sentenza  25.09.2013 n° 39860 
 

E' reato presentarsi alla manifestazione sportiva con la maglietta che inneggia al fascismo. E' quanto emerge dalla sentenza 25 settembre 2013, n. 39860 della Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione.

Il caso vedeva un uomo partecipare ad un incontro di hokey indossando una maglietta nella quale campeggiava l'immagine di Benito Mussolini, accompagnata da frasi tipicamente riconducibili all'ideologia fascista. Mentre, per la difesa dell'imputato, il fatto di indossare la maglietta in questione non era finalizzata alla discriminazione razziale, essendo diretta solo a doffondere idee sulla superiorità o sull'odio razziale od etnico, e non a fare propaganda di tali principi, la Suprema Corte appare di contrario avviso.

Infatti, come specificato dagli ermellini, il reato di cui all'art. 2, comma secondo, d.l. 26 aprile 1993, n. 122, convertito con modificazioni in legge 25 giugno 1993, n. 205, sussiste per il solo fatto che taluno acceda ai luoghi di svolgimento di manifestazioni agonistiche recando con sé emblemi o simboli di associazioni o gruppi razzisti e simili, nulla rilevando che a tali gruppi o associazioni egli non sia iscritto (Cass. pen., Sez. III, n. 9793 del 29 novembre 2006 - dep. 8 marzo 2007, Lucani, rv. 235820).

L'elemento oggettivo della fattispecie, deve essere individuato solo in questi termini, laddove il rinvio contenuto nella norma citata all'art. 3 della legge n. 654 del 1975, all'evidenza, è funzionale soltanto ad individuare le organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi i cui simboli o emblemi non posso accedere ai luoghi in cui si svolgono manifestazioni agonistiche, senza alcun riferimento agli elementi costitutivi di detta diversa fattispecie criminosa.

Tornando al caso di specie, il fatto di essersi presentato, esibendo la maglietta con le scritte ed i simboli inneggianti al regime fascista ed ai valori dell'ideologia fascista, nel contesto dello specifico incontro sportivo di hockey, notoriamente caratterizzato da contrasti delle opposte tifoserie, integra, la condotta di uso di simboli propri delle organizzazioni nazionaliste ed i comportamenti vietati e sanzionati dalla legge n. 205 del 1993 che richiama l'art. 3 della legge n. 654 del 1975.

(Altalex, 11 ottobre 2013. Nota di Simone Marani)

FEMMINICIDIO E STALKING: VIA LIBERA DEL SENATO. LE PRINCIPALI NOVITA'
 
 

(ASCA) - Roma, 11 ott - E' legge il decreto che contiene le misure contro la violenza di genere, varato dal governo lo scorso 14 agosto.

L'Aula del Senato, dopo il primo ok incassato a Montecitorio, ha dato il via libera al provvedimento con 143 si', 3 no e nessun astenuto.

Violenza donne: aggravanti e più tutele, i punti chiave della legge

(ASCA) - Roma, 11 ott - Con il via libera odierno del Senato (mercoledi' scorso l'ok dell'Aula di Montecitorio in prima lettura) e' legge il decreto contro la violenza sulle donne.

Il provvedimento arricchisce il codice di nuove aggravanti e amplia al contempo le misure a tutela delle vittime di maltrattamenti e violenza domestica. Il testo, inoltre, mette in campo risorse per finanziare un piano d'azione antiviolenza e la rete di case-rifugio, reca norme penali di altro genere che intervengono su reati come la rapina o il furto.

Le principali novita' riguardano la relazione affettiva: rilevante sotto il profilo penale e' da ora in poi la relazione tra due persone a prescindere da convivenza o vincolo matrimoniale (attuale o pregresso). Per quanto riguarda la violenza assistita il codice si arricchisce di una nuova aggravante comune applicabile al maltrattamento in famiglia e a tutti i reati di violenza fisica commessi in danno o in presenza di minorenni o in danno di donne incinte. Quanto all'aggravante per lo stalking commesso dal coniuge, viene meno la condizione che vi sia separazione legale o divorzio.

Aggravanti specifiche, inoltre, sono previste nel caso di violenza sessuale contro donne in gravidanza o commessa dal coniuge (anche separato o divorziato) o da chi sia o sia stato legato da relazione affettiva. Il decreto provede inoltre la querela a doppio binario. Il nodo della revocabilita'/irrevocabilita' della querela nel reato di stalking e' sciolto fissando una soglia di rischio: se si e' in presenza di gravi minacce ripetute, ad esempio con armi, la querela diventa irrevocabile. Resta revocabile invece negli altri casi, ma la remissione puo' essere fatta solo in sede processuale davanti all'autorita' giudiziaria, e cio' al fine di garantire (non certo di comprimere) la libera determinazione e consapevolezza della vittima. Quanto all'ammonimento il questore in presenza di percosse o lesioni (considerati ''reati sentinella') puo' ammonire il responsabile aggiungendo anche la sospensione della patente da parte del prefetto. Si estende cioe' alla violenza domestica una misura preventiva gia' prevista per lo stalking.

Non sono ammesse segnalazioni anonime, ma e' garantita la segretezza delle generalita' del segnalante. L'ammonito deve essere informato dal questore sui centri di recupero e servizi sociali disponibili sul territorio. E' previsto l'arresto obbligatorio in caso di flagranza e anche nei reati di maltrattamenti in famiglia e stalking. Al di fuori dell'arresto obbligatorio, la polizia giudiziaria se autorizzata dal pm e se ricorre la flagranza di gravi reati (tra cui lesioni gravi, minaccia aggravata e violenze) puo' applicare la misura 'precautelare' dell'allontanamento d'urgenza dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.

Chi e' allontanato dalla casa familiare potra' essere controllato attraverso il braccialetto elettronico o altri strumenti elettronici. Nel caso di atti persecutori, inoltre, sara' possibile ricorrere alle intercettazioni telefoniche.

A tutela della persona offesa scatta in sede processuale una serie di obblighi di comunicazione in linea con la direttiva europea sulla protezione delle vittime di reato. La persona offesa, ad esempio, dovra' essere informata della facolta' di nomina di un difensore e di tutto cio' che attiene alla applicazione o modifica di misure cautelari o coercitive nei confronti dell'imputato in reati di violenza alla persona. In analogia a quanto gia' accade in attuazione di direttive europee per le vittime di tratta, il permesso di soggiorno potra' essere rilasciato anche alle donne straniere che subiscono violenza, lesioni, percosse, maltrattamenti in ambito domestico. Sara' sempre pero' necessario un parere dell'autorita' giudiziaria. I maltrattanti (anche in caso di condanna non definitiva) potranno essere espulsi.

A prescindere dal reddito, le vittime di stalking, maltrattamenti in famiglia e mutilazioni genitali femminili potranno essere ammesse al gratuito patrocinio. Nella trattazione dei processi viene data priorita' assoluta ai reati di maltrattamenti in famiglia, stalking, violenza sessuale, atti sessuali con minori, corruzione di minori e violenza sessuale di gruppo. Si accelerano anche le indagini preliminari, che non potranno mai superare la durata di un anno per i reati di stalking e maltrattamenti in famiglia.

Sul tavolo ci sono 10 milioni di euro per azioni di prevenzione, educazione e formazione. Il Piano, elaborato dal ministro per le Pari opportunita', dovra' tra l'altro promuovere il recupero dei maltrattanti e sensibilizzare i media ad adottare codici di autoregolamentazione per una informazione che rispetti le donne. Ogni anno sara' presentata una relazione in Parlamento. Finanziamenti in arrivo anche per i centri antiviolenza e le case-rifugio. Nel 2013 10 milioni di euro, 7 nel 2014 e altri 10 all'anno a partire dal 2015.

Sono previste due nuove aggravanti speciali nei casi di cosiddetta minorata difesa, quando cioe' la rapina e' in danno di ultrasessantacinquenni o in luogo tale da ostacolare la difesa. Pena aggravata infine (da uno a sei anni) per chi ruba materiale da impianti e infrastrutture destinate all'erogazione di servizi pubblici. E Pena aggravata (da due a sei anni) anche nel caso di frode informatica attraverso il furto o l'indebito utilizzo dell'identita' digitale.

DENUNCIA IL FIDANZATO MA POI LO SPOSA E LO PERDONA : I REATI RESTANO
 
Cassazione penale , sez. V, sentenza  05.08.2013 n° 33804 
 

L'aver afferrato per i capelli la donna per costringerla a rimanere con lui nell'autovettura costituisce esercizio di violenza fisica che, limitando significativamente la libertà fisica e morale della persona, è idonea ad integrare il reato previsto dall'art. 610 c.p. anche se la vittima, dopo la denuncia, abbia sposato il suo aggressore, ed abbia ridimensionato il fatto. E' quanto emerge dalla sentenza 5 agosto 2013, n. 33804 della Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione.

Il caso vedeva un uomo invitare la fidanzata a salire in auto, per poi percuoterla e minacciarla con un coltello; quando la donna tentò di scendere, l'uomo, intenzionato a continuare il litigio, le impediva di allontanarsi, coartandone la libertà.

Durante il dibattimento la persona offesa negava di essere stata costretta a restare nell’autovettura contro la propria volontà, circostanza che avrebbe dimostrato un travisamento della prova della commissione del reato di violenza privata. Analoghe considerazioni venivano effettuate in ordine al reato di minaccia laddove, sempre in dibattimento, la donna negava di essere stata minacciata dal fidanzato.

Al di là del ritenuto utilizzo del contenuto descrittivo della querela, la dichiarazione originaria della donna costituiva una ricostruzione sufficiente per affermare la responsabilità penale del prevenuto per i delitti contestati, atteso che la condotta descritta aveva limitato significativamente la libertà fisica e morale della persona, se si considera come anche la sorella della vittima aveva testimoniato e confermato la situazione di accesa litigiosità in cui si inseriva la vicenda.

Di conseguenza, "la rappresentazione edulcorata e parziale della vicenda processuale contenuta nel ricorso non era dunque idonea a scardinare la chiara e puntuale ricostruzione operata dai giudici di merito in ordine all’integrazione degli elementi costitutivi dei reati di violenza privata e minaccia aggravata".

E' vero che questa sequenza non viene riportata nella sentenza d'appello, ma secondo i giudici "sovviene, in questo caso, il principio di diritto affermato da questa Corte, in base al quale, quando le sentenze di primo e secondo grado concordino nell'analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, la struttura motivazionale della sentenza di appello si salda con quella precedente per formare un unico complessivo corpo argomentativo".

(Altalex, 19 settembre 2013. Nota di Simone Marani)

TRENO IN RITARDO: DIRITTO AL RIMBORSO PARZIALE ANCHE IN CASO DI FORZA MAGGIORE
 
Corte di Giustizia UE , sez. I, sentenza  26.09.2013 n° C-509/11
 

(ASCA) - Roma, 26 set - ''I viaggiatori hanno diritto al rimborso parziale del prezzo del biglietto del treno in caso di ritardo significativo, anche se questo e' causato da forze maggiori'', come il maltempo o agitazioni sindacali.

Lo ha stabilito oggi una sentenza della Corte di Giustizia Ue, secondo cui ''il trasportatore non puo' invocare le norme del diritto internazionale che lo esonerano, in caso di forza maggiore, dal risarcimento del danno causato da un ritardo, per sottrarsi all'obbligo di rimborso''.

Per i giudici di Lussemburgo, dunque, ''un'impresa ferroviaria non puo' inserire nelle proprie condizioni generali di trasporto una clausola che la esoneri dall'obbligo d'indennizzo per il prezzo del biglietto in caso di ritardo causato da forza maggiore'', perche' cio' non e' previsto dalle ''regole uniformi, che rientrano nel diritto internazionale''.

''L'indennizzo previsto dal regolamento - spiega infatti la Corte - calcolato sulla base del prezzo del biglietto di trasporto, ha una finalita' del tutto diversa, ossia quella di compensare il prezzo pagato dal passeggero come corrispettivo per un servizio che non e' stato eseguito conformemente al contratto di trasporto''.

RITORNA L'OBBLIGATORIETA' DELLA MEDIAZIONE CIVILE. ECCO LE MODIFICHE DOPO IL DECRETO DEL FARE
 

“In definitiva, alla stregua delle considerazioni fin qui esposte, deve essere dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 5, comma 1, del d.lgs. n. 28 del 2010, per violazione degli artt. 76 e 77 Cost." E' uno stralcio della sentenza n. 272/2012 della Corte Costituzionale contenente la dichiarazione di illegittimità costituzionale per eccesso di delega legislativa del d.lgs. 4 marzo 2010, n. 28, nella parte in cui aveva previsto il carattere obbligatorio della mediazione.

In sintesi il Governo, nello scrivere il d.lgs. 28/2010, non si era attenuto al mandato contenuto nella legge n. 69/2009, causando la suddetta pronuncia di incostituzionalità dell’istituto, e di conseguenza l'arresto di un processo che era finalizzato a smaltire i procedimenti in entrata, ma che ha finito per provocare solo altri rallentamenti burocratici.

Letta ci riprova con il Decreto del "fare" (decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69), che reintroduce la mediazione obbligatoria per molte materie. Una delle novità è che gli avvocati iscritti all’albo sono di diritto mediatori, anche se la mediazione non è compresa tra le materie universitarie, ma il Governo li ha ritenuti competenti a poterne gestire il procedimento.

L’obbligatorietà della mediazione civile e commerciale torna ad essere condizione di procedibilità in relazione a numerose controversie, le materie sono state confermate le medesime del D.lgs. 28/2010 (condominio, diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno derivante da responsabilità medica e diffamazione a mezzo stampa o altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi bancari e finanziari) ad eccezione di quelle relative alla responsabilità per danno da circolazione stradale, esclusione fortemente voluta dall'Avvocatura, e dell'aggiunta delle cause relative alla responsabilità sanitaria, oltre che medica.

Costi contenuti nei casi in cui sia condizione obbligatoria di procedibilità o prescritta dal giudice, e gratuità per i soggetti non abbienti che nel procedimento giudiziario avrebbero diritto al gratuito patrocinio. Riduzione della durata del procedimento da quattro a tre mesi, novità sul verbale d’accordo che, per essere omologato e divenire esecutivo, deve essere sottoscritto dagli avvocati.

Ecco nel dettaglio le modifiche apportate al d.lgs. 4 marzo 2010, n. 28, contenute nell'art. 84 del Capo VIII, rubricato "Misure in materia di mediazione civile e commerciale" del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69, coordinato con la legge di conversione 9 agosto 2013, n. 98, recante: "Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia", pubblicato nella G.U. n. 194 del 20 agosto 2013.

Nozione di mediazione. E' intesa come l'attività, comunque denominata, svolta da un terzo imparziale e finalizzata ad assistere due o più soggetti nella ricerca di un accordo amichevole per la composizione di una controversia, anche con formulazione di una proposta per la risoluzione della stessa.

Modalità procedimento. Avviene tramite il deposito di un'istanza presso un organismo nel luogo del giudice territorialmente competente per la controversia. Se dovessero insorgere più domande in merito alla stessa controversia, il procedimento di mediazione si svolgerà davanti all'organismo territorialmente competente presso il quale è stata presentata la prima domanda.

Diritti di informazione dell'assistito. Spetterà all'avvocato, al momento del conferimento dell'incarico, il compito di informare l'assistito, chiaramente e per iscritto, della possibilità di avvalersi del procedimento di mediazione e delle agevolazioni fiscali, oltreché dei casi in cui l'esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale. La violazione degli obblighi di informazione, comporterà l'annullamento del contratto tra i due soggetti. Tali informazioni saranno contenute in un documento che verrà sottoscritto dall'assistito e allegato all'atto introduttivo dell'eventuale giudizio. In caso di mancata allegazione del documento, il giudice, se non provvede ai sensi dell'articolo 5, comma 1-bis, informa la parte della facoltà di chiedere la mediazione.

Tempo della domanda. Verrà calcolato in base alla data del deposito dell'istanza.

Condizioni di procedibilità. Chi intende esercitare in giudizio l'azione adesso è tenuto preliminarmente a esperire il procedimento con l'assistenza dell'avvocato.

L'esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale. Per questa disposizione è stabilito che il procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale per i quattro anni successivi alla data della sua entrata in vigore. Al termine di due anni dalla medesima data di entrata in vigore sarà attivato su iniziativa del Ministero della giustizia il monitoraggio degli esiti di tale sperimentazione.

Improcedibilità. Dovrà essere eccepita dal convenuto, a pena di decadenza, o rilevata d'ufficio dal giudice, non oltre la prima udienza. Il giudice ove rilevi che la mediazione è già iniziata, ma non si è conclusa, fissa la successiva udienza dopo la scadenza del termine di cui all'articolo 6. Allo stesso modo provvede quando la mediazione non è stata esperita, assegnando contestualmente alle parti il termine di quindici giorni per la presentazione della domanda di mediazione.

Poteri del giudice. Fermo quanto previsto dal comma 1-bis e salvo quanto disposto dai commi 3 e 4, il giudice, anche in sede di giudizio di appello, valutata la natura della causa, lo stato dell'istruzione e il comportamento delle parti, può disporre l'esperimento del procedimento di mediazione; in tal caso, l'esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale anche in sede di appello. Il provvedimento di cui al periodo precedente è adottato prima dell'udienza di precisazione delle conclusioni ovvero, quando tale udienza non è prevista, prima della discussione della causa. Il giudice fissa la successiva udienza dopo la scadenza del termine di cui all'articolo 6 e, quando la mediazione non è già stata avviata, assegna contestualmente alle parti il termine di quindici giorni per la presentazione della domanda di mediazione.

Inoltre, quando l'esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale, la condizione si considera avverata se il primo incontro dinanzi al mediatore si conclude senza l'accordo.

Alle esclusioni prevista dal comma 2 dell'articolo 4 sono stati aggiunti i procedimenti di consulenza tecnica preventiva ai fini della composizione della lite, di cui all'articolo 696-bis del codice di procedura civile.

Mancato esperimento del tentativo. Se il contratto, lo statuto ovvero l'atto costitutivo dell'ente prevedono una clausola di mediazione o conciliazione e il tentativo non risulta esperito, il giudice o l'arbitro, su eccezione di parte, proposta nella prima difesa, assegna alle parti il termine di quindici giorni per la presentazione della domanda di mediazione e fissa la successiva udienza dopo la scadenza del termine di cui all'articolo 6. Allo stesso modo il giudice o l'arbitro fissa la successiva udienza quando la mediazione o il tentativo di conciliazione sono iniziati, ma non conclusi. La domanda è presentata davanti all'organismo indicato dalla clausola, se iscritto nel registro, ovvero, in mancanza, davanti ad un altro organismo iscritto, fermo il rispetto del criterio di cui all'articolo 4, comma 1. In ogni caso, le parti possono concordare, successivamente al contratto o allo statuto o all'atto costitutivo, l'individuazione di un diverso organismo iscritto".

Procedimento. Il procedimento di mediazione deve avere una durata non superiore a tre mesi. All'atto della presentazione della domanda di mediazione, il responsabile dell'organismo designa un mediatore e fissa il primo incontro tra le parti non oltre trenta (prima era quindici) giorni dal deposito della domanda.

Assistenza dell'avvocato. Al primo incontro e agli incontri successivi, fino al termine della procedura, le parti devono partecipare con l'assistenza dell'avvocato. Durante il primo incontro il mediatore chiarisce alle parti la funzione e le modalità di svolgimento della mediazione. Il mediatore, sempre nello stesso primo incontro, invita poi le parti e i loro avvocati a esprimersi sulla possibilità di iniziare la procedura di mediazione e, nel caso positivo, procede con lo svolgimento.

Assenza della parte. Dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di mediazione, il giudice può desumere argomenti di prova nel successivo giudizio ai sensi dell'articolo 116, secondo comma, del codice di procedura civile. Il giudice condanna la parte costituita che, nei casi previsti dall'articolo 5, non ha partecipato al procedimento senza giustificato motivo, al versamento all'entrata del bilancio dello Stato di una somma di importo corrispondente al contributo unificato dovuto per il giudizio.

Efficacia esecutiva ed esecuzione. Cambia la formulazione dell'efficacia dell'accordo, soprattutto riguardo alla presenza degli avvocati, infatti l'accordo che sia stato sottoscritto dalle parti e dagli stessi avvocati costituisce titolo esecutivo per l'espropriazione forzata, l'esecuzione per consegna e rilascio, l'esecuzione degli obblighi di fare e non fare, nonché per l'iscrizione di ipoteca giudiziale, ove tutte le parti aderenti alla mediazione siano assistite da un avvocato. Inoltre gli avvocati attestano e certificano la conformità dell'accordo alle norme imperative e all'ordine pubblico. In tutti gli altri casi l'accordo allegato al verbale è omologato, su istanza di parte, con decreto del presidente del tribunale, previo accertamento della regolarità formale e del rispetto delle norme imperative e dell'ordine pubblico.

Spese processuali. Quando il provvedimento che definisce il giudizio corrisponde interamente al contenuto della proposta, il giudice esclude la ripetizione delle spese sostenute dalla parte vincitrice che ha rifiutato la proposta, riferibili al periodo successivo alla formulazione della stessa, e la condanna al rimborso delle spese sostenute dalla parte soccombente relative allo stesso periodo, nonché al versamento all'entrata del bilancio dello Stato di un'ulteriore somma di importo corrispondente al contributo unificato dovuto.

Quando il provvedimento che definisce il giudizio non corrisponde interamente al contenuto della proposta, il giudice, se ricorrono gravi ed eccezionali ragioni, può nondimeno escludere la ripetizione delle spese sostenute dalla parte vincitrice per l'indennità corrisposta al mediatore e per il compenso dovuto all'esperto di cui all'articolo 8, comma 4. Il giudice deve indicare esplicitamente, nella motivazione, le ragioni del provvedimento sulle spese di cui al periodo precedente.

Organismi di mediazione e registro. Elenco dei formatori. All'articolo 16, dopo il comma 4, è aggiunto il comma 4-bis, che stabilisce che gli avvocati iscritti all'albo sono di diritto mediatori. Poi specifica che gli avvocati iscritti ad organismi di mediazione devono essere adeguatamente formati in materia di mediazione e mantenere la propria preparazione con percorsi di aggiornamento teorico-pratici a ciò finalizzati, nel rispetto di quanto previsto dall'articolo 55-bis del codice deontologico forense.

(Altalex, 23 agosto 2013. Articolo di Enrica Maria Crimi)

SEPARAZIONE: UTILIZZABILI IN GIUDIZIO LE PROVE PRELEVATE DA FACEBOOK
 
Tribunale Santa Maria Capua Vetere, decreto  13.06.2013
 

Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere si pronuncia in una delicata materia, quella della riservatezza dei dati pubblicati sui social network di sempre più frequente utilizzo.

Il caso riguarda una coppia di coniugi ormai separati i quali avevano entrambi rinunciato alla richiesta di mantenimento nell’ambito della loro separazione consensuale, poiché autonomi economicamente.

Dopo qualche tempo la donna perde il lavoro e ricorre al Tribunale per la modifica delle condizioni di separazione chiedendo la corresponsione di un assegno di mantenimento anche in considerazione di una grave patologia che aveva ridotto la sua capacità lavorativa.

Il marito si difende asserendo che l’ex moglie intrattiene “notoriamente” una stabile convivenza con un medico, relazione che le consente un tenore di vita anche superiore a quello goduto durante il matrimonio.

Come prova a sostegno della sua asserzione produce alcune immagini della donna in compagnia del nuovo compagno convivente, prelevate dal profilo Facebook della ex moglie.

Secondo la giurisprudenza, il coniuge separato che intraprende una convivenza di fatto non perde automaticamente il diritto all’assegno di mantenimento. Rileva a tal fine la prova che la convivenza ha determinato un miglioramento delle condizioni economiche dell’avente diritto, miglioramento che deve essersi stabilizzato nel tempo anche se non assistito da garanzie giuridiche di stabilità. Il miglioramento economico può derivare da un contributo al mantenimento dell’ex coniuge ad opera del convivente o, quantomeno, dal risparmio di spesa derivante dalla condivisione di queste (Cass. Civ. n. 1096/2010 e Cass. Civ. n. 23968/2010).

La nuova convivenza, inoltre, rende irrilevante il parametro dell’adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita goduto durante il matrimonio sul quale era stato quantificato l’originario assegno di mantenimento (cfr. Cass. Civ. n. 3923/12 e Cass. Civ. n. 17195/11).

La pronuncia dei Giudici campani è interessante per quanto attiene all’ammissibilità delle prove portate dal marito. Il provvedimento specifica che il social network “Facebook” consente agli iscritti di creare una propria pagina nella quale si possono inserire una serie d’informazioni di carattere personale e professionale, e si possono pubblicare, immagini, filmati e altri contenuti multimediali.

Anche se l’accesso a questi contenuti è regolato attraverso le impostazioni sulla privacy scelte dall’utente, il Tribunale ha ritenuto che le informazioni e le fotografie pubblicate sul proprio profilo non siano assistite dalla segretezza che caratterizza invece  quelle contenute nei messaggi scambiati utilizzando il servizio di messaggistica o di chat.

Infatti, solo queste ultime possono essere assimilate a forme di corrispondenza privata, e ricevere la massima tutela sotto il profilo della loro divulgazione, mentre quelle pubblicate sul proprio profilo personale, in quanto già dì per sé destinate ad essere conosciute da terzi, anche se rientranti nella cerchia delle c.d. “amicizie” del social network, non possono ritenersi assistite da tale protezione.

In altri termini, nel momento in cui si pubblicano informazioni e foto sulla pagina dedicata al proprio profilo personale, si accetta il rischio che le stesse possano essere portate a conoscenza anche di terze persone non rientranti nell’ambito delle c.d. “amicizie” accettate dall’utente, il che le rende, per il solo fatto della loro pubblicazione, conoscibili da terzi ed utilizzabile anche in sede giudiziaria.

L’argomento è di stringente attualità.

Dopo l’entrata in vigore della legge sulla Privacy sono stati enucleati i concetti di libertà di autodeterminazione nelle scelte di vita e di riservatezza come non ingerenza di terzi nella sfera personale. Con l’avvento dei social network si è avuto uno svuotamento dell’originario concetto di Privacy perché tali canali, attraverso “l’esposizione pubblica di sé”, consentono di esternare le proprie convinzioni e di diffonderne i contenuti nel circolo primario delle proprie relazioni o pubblicamente sul web.  La giurisprudenza di oltreoceano ed europea è molto attenta nell’attribuire valenza probatoria al materiale reperito sui social network a causa della possibilità di manomissione di contenuti e immagini da parte di terzi e comunque sempre effettuando un bilanciamento dei diritti coinvolti.

Nei processi di separazione e divorzio, è pur vero che il giudice gode di ampia discrezionalità nella valutazione delle prove, anche quelle puramente indiziarie che possono essere utilizzate unitamente ad altri elementi processuali, ma rimane il dubbio circa l’ammissibilità di questo tipo di prova, che potrebbe essere giudicata illecitamente assunta.

La sentenza è dunque destinata a far discutere.

(Altalex Giuseppina Vassallo)

GUIDA IN STATO DI ALTERAZIONE: NO AL REATO SE L'AUTO E' FERMA IN AREA DI SOSTA
 
Cassazione penale , sez. IV, sentenza  12.07.2013 n° 30209
 

Affinché si possa integrare il reato di guida in stato di alterazione psicofisica derivante dall'assunzione di sostanze stupefacenti, ex art. 187 cod. strad., è necessario che venga provato che l'imputato fosse effettivamente alla guida del mezzo.

E' quanto emerge dalla sentenza 12 luglio 2013, n. 30209 della Quarta Sezione Penale della Cassazione.

Il caso vedeva un uomo essere rinvenuto in stato di alterazione psicofisica derivante dall'assunzione di droga, mentre, trovandosi all'interno di un'auto, ferma in un'area di sosta, discuteva con la propria fidanzata. Il ricorrente denunciava che non era stato affatto provato che egli si trovasse alla guida dell’autovettura in stato di alterazione, mancando la prova sia in ordine alla sussistenza della condotta di guida che allo stato di alterazione.

Secondo gli ermellini "poiché non è dato sapere se gli agenti abbiano controllato l'autovettura con a bordo il ricorrente e la fidanzata proprio nel momento in cui si fermava, non si può escludere che l'assunzione delle sostanze stupefacenti possa essere avvenuta proprio durante la sosta nell'area di servizio e non prima che l'imputato si fosse posto alla guida dell'auto".

Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata, perché il fatto addebitato all’imputato non sussiste.

(Altalex, 25 luglio 2013. Nota di Simone Marani)


AUTOVELOX OCCULTATO? E' TRUFFA CONTRO GLI AUTOMOBILISTI
 
Cassazione penale , sez. II, sentenza  23.05.2013 n° 22158 
 

L'occultamento dell'autovelox costituisce truffa contro gli automobilisti. Il sequestro dell'apparecchiatura è legittimo anche nel caso in cui questa sia regolare.

E' quanto emerge dalla sentenza 23 maggio 2013, n. 22158 della Seconda Sezione Penale della Corte di Cassazione.

A seguito della rilevazione della velocità effettuata con apparecchi autovelox i quali, sebbene regolari, venivano posizionati in modo da essere occultati agli automobilisti, un conducente ricorreva contro la decisione del Tribunale per il riesame di Cosenza che respingeva l'istanza di dissequestro e disponeva la restituzione di alcuni apparecchi di rilevamento della velocità su strada, sottoposti a sequestro preventivo dal Gip.

Secondo l'orientamento giurisprudenziale fatto proprio dai giudici di legittimità, "oggetto del sequestro preventivo può essere qualsiasi bene - a chiunque appartenente e, quindi, anche a persona estranea al reato - purchè esso sia, anche indirettamente, collegato al reato e, ove lasciato in libera disponibilità, idoneo a costituire pericolo di aggravamento o di protrazione delle conseguenze del reato ovvero di agevolazione della commissione di ulteriori fatti penalmente rilevanti. In tal caso, incombe al giudice un dovere specifico di motivazione sul requisito del periculum in mora in termini, tuttavia, di semplice probabilità del collegamento di tali beni con le attività delittuose dell'indagato, sulla base di elementi che appaiano indicativi della loro effettiva disponibilità da parte di quest'ultimo, stante il carattere meramente fittizio della loro intestazione ovvero di particolari rapporti in atto tra il terzo titolare e l'indagato stesso" (Cass., Sez. V, sentenza n. 11287 del 22 gennaio 2010, rv. 246358).

Di conseguenza, gli autovelox si prestano, proprio in ragione di tale nesso di interdipendenza con il reato, ad essere assoggettati a vincolo reale sia quale corpo del reato ("le cose ... mediante le quali il reato è stato commesso") sia quale cosa pertinente al reato la cui libera disponibilità può agevolare la commissione di altri reati della stessa specie di quello per cui si procede.

(Altalex, 15 luglio 2013. Nota di Simone Marani)

FIGLI: IL GOVERNO VARA DLGS CHE ELIMINA LE DISCRIMINAZIONI DEI FIGLI NATURALI
 

"Mai più figli divisi in categorie di serie A e di serie B. Da oggi esistono solo figli senza aggettivi. Finiscono i drammi umani che ci sono stati nel passato. Non esistono più aggettivi vicino alla parola figlio, ma figli e basta. È un fattore di civiltà"

Sono queste le parole con cui il premier Enrico Letta ha commentato in conferenza stampa l'approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del decreto legislativo di revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione.

Il provvedimento prevede la "modifica della normativa vigente al fine di eliminare ogni residua discriminazione rimasta nel nostro ordinamento fra i figli nati nel e fuori dal matrimonio, così garantendo la completa eguaglianza giuridica degli stessi".

Il testo, predisposto nell’ambito della Commissione istituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, presieduta dal prof. Cesare Massimo Bianca, stabilisce:

  • l’introduzione del principio dell’unicità dello stato di figlio, anche adottivo, e conseguentemente l’eliminazione dei riferimenti presenti nelle norme ai figli “legittimi” e ai figli “naturali” e la sostituzione degli stessi con quello di “figlio”;
  • il principio per cui la filiazione fuori dal matrimonio produce effetti successori nei confronti di tutti i parenti e non solo con i genitori;
  • la sostituzione della notizia di “potestà genitoriale” con quella di “responsabilità genitoriale”;
  • la modifica delle disposizioni di diritto internazionale privato con previsione di norme di applicazione necessaria in attuazione del principio dell’unificazione dello stato di figlio.

Inoltre, nel recepire la giurisprudenza della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione, si è deciso di:

  • limitare a cinque anni dalla nascita i termini per proporre l’azione di disconoscimento della paternità;
  • introdurre il diritto degli ascendenti di mantenere “rapporti significativi” con i nipoti minorenni;
  • introdurre e disciplinare l’ascolto dei minori, se capaci di discernimento, all’interno dei procedimenti che li riguardano;
  • portare a dieci anni il termine di prescrizione per l’accettazione dell’eredità per i figli nati fuori dal matrimonio;
  • modificare la materia della successione prevedendo la soppressione del “diritto di commutazione” in capo ai figli legittimi fino ad oggi previsto per l’eredità dei figli naturali.

(Altalex, 12 luglio 2013. Per approfondimenti sul tema vedi anche l'eBook "La riforma della filiazione", AA.VV., Ipsoa, 2013)

“ITALIA PAESE DI M...." SCATTA IL VILIPENDIO ALLA NAZIONE
 
Corte di cassazione - Sezione I penale - Sentenza
4 luglio 2013 n. 28730

 

Compie reato di vilipendio alla nazione chi si lascia scappare frasi del tipo
«Italia paese di merda». La Cassazione, con la sentenza 28730/2013, ha per
questo confermato la condanna inflitta a un 71enne, il quale, fermato dai
carabinieri perché viaggiava su un'auto con un solo faro acceso, si era lasciato
andare ad invettive quali «in questo schifo di Italia di m....», contestando la
contravvenzione che gli stava per essere elevata. La Corte d'appello di
Campobasso lo aveva condannato a pagare una multa di mille euro, pena
interamente coperta da indulto, sentenza confermata dai giudici della prima
sezione penale di 'Palazzaccio’.

«Il diritto di manifestare il proprio pensiero in qualsiasi modo - si legge
nella sentenza depositata oggi - non può trascendere in offese grossolane e
brutali prive di alcuna correlazione con una critica obiettiva»: per integrare
il reato, previsto dall'articolo 291 del codice penale, «è sufficiente una
manifestazione generica di vilipendio alla nazione, da intendersi come comunità
avente la stessa origine territoriale, storia, lingua e cultura, effettuata
pubblicamente». Il reato in esame, spiega la Suprema Corte, «non consiste in
atti di ostilità o di violenza o in manifestazioni di odio: basta l'offesa alla
nazione, cioè un'espressione di ingiuria o di disprezzo che leda il prestigio o
l'onore della collettività nazionale, a prescindere dai vari sentimenti nutriti
dall'autore».

Il comportamento dell'imputato, dunque, che «in luogo
pubblico, ha inveito contro la nazione», gridando la frase 'incriminata’, «sia
pure nel contesto di un'accesa contestazione elevatagli dai carabinieri per aver
condotto un'autovettura con un solo faro funzionante, integra - osservano gli
'ermellini’ - il delitto di vilipendio previsto dall'articolo 291 cp, sia nel
profilo materiale, per la grossolana brutalità delle parole pronunciate
pubblicamente, tali da ledere oggettivamente il prestigio o l'onore della
collettività nazionale, sia nel profilo psicologico, integrato dal dolo
generico, ossia dalla coscienza e volontà di proferire, al cospetto dei
verbalizzanti e dei numerosi cittadini presenti sulla pubblica via nel medesimo
frangente, le menzionate espressioni di disprezzo, a prescindere dai veri
sentimenti nutriti dall'autore e dal movente, nella specie di irata contrarietà
per la contravvenzione subita, che abbia spinto l'agente a compiere l'atto di
vilipendio

www.diritto24.ilsole24ore.com

CONIUGE CAMBIA SESSO? DUBBI DI COSTITUZIONALITA' SUL DIVORZIO AUTOMATICO
 
Cassazione civile , sez. I, ordinanza  06.06.2013 n° 14329 

La Corte di Cassazione con l’ordinanza 6 giugno 2013, n. 14329 rimette alla Corte Costituzionale la decisione sul caso di una coppia di coniugi bolognesi il cui marito transessuale aveva ottenuto la rettificazione di attribuzione di sesso dal Tribunale competente.

Il punto controverso riguarda la sorte del vincolo coniugale a seguito del cambiamento di sesso di uno dei coniugi. Le norme applicabili sono l’art. 4 della legge n. 164/1982 e l’art. 31 del Decreto legislativo n. 150/2011. Secondo tali norme, il tribunale che accoglie la domanda di rettifica di attribuzione di sesso, ordina all’Ufficiale di stato civile del Comune dove è stato compilato l’atto di nascita, di effettuare la rettificazione nel relativo registro.

Nel caso della coppia emiliana, oltre all’annotazione sull’atto di nascita della variazione di dati anagrafici, è stata aggiunta un'altra annotazione, ossia quella della cessazione automatica degli effetti civili del matrimonio ai sensi delle leggi sopra citate, in particolare il sesto comma dell’art. 31 del d.l. 150/2011 il quale dispone: “La sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso non ha effetto retroattivo. Essa determina lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio celebrato con rito religioso. Si applicano le disposizioni del codice civile e della legge 1° dicembre 1970, n. 898”.

La coppia, ormai formata da due donne, si è rivolta al Tribunale sostenendo che l’effetto dello scioglimento del vincolo matrimoniale doveva essere dichiarato dall’autorità giudiziaria e non semplicemente annotato nell’atto di matrimonio, così come si ricava anche dalla lettura dell’art. 102 del d.p.r. n. 396/2000. Il Tribunale accoglie il ricorso ma il Ministero dell’Interno propone appello e ottiene ragione dalla Corte territoriale. I giudici, infatti, sostengono che le annotazioni sono legittimamente state eseguite e da ciò deriva l’automatico scioglimento del vincolo matrimoniale voluto dal legislatore. Si legge inoltre nella sentenza che la diversità sessuale dei coniugi sta alla base del matrimonio ed è un requisito essenziale per la sua legittimità.

Si arriva in Cassazione, dove la coppia sostiene che in base alla legge sul divorzio non ci sono cause di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio che non contemplino una pronuncia dell’autorità giudiziaria, così come avviene in tutti i casi d’invalidità del matrimonio che portano all’annullamento. Inoltre, occorre distinguere il caso in cui la legge vieta il matrimonio tra persone dello stesso sesso dal caso in cui il matrimonio già celebrato sia stato contratto da un transessuale, il quale ha già acquisito lo status di coniuge da cui derivano una serie di conseguenze giuridiche, che ha diritto a conservare.

Le parti sollevano infine eccezioni di costituzionalità della normativa che impone lo scioglimento automatico del vincolo. Sarebbero, infatti, violati il principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 Cost. così come pure il diritto alla difesa e al giusto processo ai sensi dell’art. 24 e 111 Cost. Infine la legge sarebbe in contrasto con la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea sotto il profilo della discriminazione ingiustificata tra coniugi di sesso diverso e coniugi “divenuti” dello stesso sesso, poiché per le altre relazioni coniugali è sempre previsto l’accertamento giudiziario.

Le quaranta pagine del provvedimento scritte dai giudici della Cassazione, contengono una prima parte in cui si esamina la normativa sulle annotazioni e le trascrizioni sui registri civili, ed una seconda parte in cui si spiega la ragione del dubbio d’incostituzionalità, anche alla luce delle Convenzioni europee e degli orientamenti di altri Stati dell’Unione.

I giudici della Cassazione escludono, in primo luogo, che le annotazioni effettuate dall’Ufficiale dello stato civile siano illegittime in quanto la normativa prevede che lo stesso sia tenuto ad aggiornare tutti gli atti concernenti lo stato civile.

In secondo luogo, il fatto che la legge su Divorzio preveda all’art. 3 lettera g) tra le cause di dissoluzione del vincolo, la rettifica di attribuzione di sesso, non comporta che lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio debbano necessariamente essere contenuti in una pronuncia giudiziale, perché in questo caso la norma speciale (l. 164/1982) ne ha previsto l’operatività automatica, per il solo passaggio in giudicato della sentenza che rettifica l’attribuzione di sesso.

La Corte ammette che il legislatore, con questo sistema, ha creato una sorta di “divorzio imposto”.

Alla luce di ciò è legittimo il dubbio di compatibilità con la normativa costituzionale e con le prescrizioni contenute nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, in cui si afferma il diritto di autodeterminarsi nelle scelte relative all’identità personale e quindi nella sfera sessuale di ogni individuo.

Inoltre, sarebbe leso anche il diritto alla conservazione della preesistente relazione caratterizzata dalla continuità e dalla stabilità, il diritto a non essere discriminati rispetto alle altre coppie coniugate che possono scegliere di divorziare o meno.

In particolare, l’art. 4 della legge 164/1982 si porrebbe in contrasto con gli articoli 2 e 29 della Costituzione - che riconosce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo che nelle formazioni sociali e i diritti della famiglia come società fondata sul matrimonio - e con gli art. 8 e 12 della Convenzione Europea. In particolare in base all’art. 8 che garantisce il diritto di ogni uomo alla vita privata e familiare che non può essere oggetto di ingerenza dello Stato a meno che sia la legge a disporre le limitazioni “giustificate” da motivi di sicurezza nazionale, benessere economico, difesa dell’ordine e prevenzione dei reati, protezione della salute e della morale o di diritti e libertà altrui.

E’ vero che la scelta di applicare l’istituto del matrimonio a persone di sesso diverso o estenderla anche a persone dello stesso sesso, spetta allo Stato, ma non si può non rilevare la sempre maggiore importanza che acquisiscono le unioni di fatto (cfr. anche C. Cost. n. 138/2010) e molti Stati offrono tutela sociale anche alle unioni non fondate sul matrimonio (anche tra persone dello stesso sesso).

La sentenza cita, infatti, due casi analoghi di matrimoni eterosessuali attraversati dal cambiamento di sesso di un coniuge. Nel 2009 la Corte Costituzionale tedesca, la cui legge prevede che per provvedere alla rettifica di sesso si debba preventivamente sciogliere il matrimonio, ha dichiarato l’incostituzionalità delle norme che impongono il Divorzio, poiché si chiede all’individuo di scegliere tra due diritti entrambi costituzionalmente protetti. In precedenza, anche la Corte austriaca si era pronunciata per l’incostituzionalità delle norme che stabilivano la non trascrivibilità della pronuncia di cambiamento di sesso previo scioglimento del matrimonio. Pur non ammettendo l’ordinamento il matrimonio tra persone dello stesso sesso, la Corte ha riconosciuto la peculiarità della condizione personale di chi si trova in questa condizione e intende conservare il proprio diritto ad uno stabile e riconosciuto rapporto di convivenza. L’obiettivo potrebbe essere pertanto raggiunto riconoscendo e regolando le unioni di fatto.

La Cassazione mette in luce, inoltre, il danno che questo sistema provoca nei confronti dell’altro coniuge, costretto a subire senza una sua manifestazione di volontà, la privazione del suo status di coniuge. In questo caso, infatti, l’ingerenza dello Stato non è giustificata, non c’è un bilanciamento di interessi da effettuare ma c’è solo la privazione per un coniuge del diritto personalissimo allo scioglimento del matrimonio.

Altro profilo di incostituzionalità sarebbe ravvisabile nel contrasto con l’art. 24 della Costituzione in quanto il sistema delineato priva l’altro coniuge del diritto di opporsi allo scioglimento del vincolo coniugale sia nel procedimento di rettificazione sia in altro giudizio.

Nell’attesa che la Corte Costituzionale si pronunci il giudizio è sospeso.

(Altalex, 2 luglio 2013. Nota di Giuseppina Vassallo)

MEDIAZIONE: NOVITA' E COMPROMESSI NELLA RIFORMA DELL'ISTITUTO
 

L’obbligatorietà della mediazione è stata reintrodotta con il decreto legge 21 giugno 2013, n. 69, dopo che la Consulta aveva bloccato un percorso che stava dando i suoi frutti.  Frutti che, beninteso, non erano affatto quelli che i più ottimisti speravano di raccogliere, pur dovendosi smentire le improvvisate Cassandre che avevano pronosticato la morte della giustizia civile. E’ noto come in quella fase, divenuta sua malgrado, un periodo di «sperimentazione» dell’istituto, si sia assistito a qualche risultato incoraggiante. I dati ministeriali parlano chiaro: quando tutte le parti si presentano davanti ad un mediatore ci sono buone probabilità che la mediazione si concluda con una conciliazione.

Ben venga, quindi, la reintroduzione della obbligatorietà, che, come sottolineato in altre occasioni, non si pone affatto in contrasto con i princìpi costituzionali ed europei. Proprio il ripristino della «condizione di procedibilità» potrebbe contribuire all’affermazione dell’istituto. Del resto, è noto che la (corposa) decisione resa dalla Consulta (e incredibilmente anticipata da uno scarno «comunicato stampa») aveva bocciato le disposizioni in tema di obbligatorietà esclusivamente sulla base di un eccesso di delega da parte dell’Esecutivo, che nello scrivere il d.lgs. n. 28/2010 non si era attenuto al mandato espresso dalla legge n. 69/2009. Chiari inviti ad incentivare il ricorso alla mediazione ed al ripristino dell’istituto come «condizione di procedibilità» erano, peraltro, stati mossi dalle Istituzioni europee e dai vertici della Magistratura italiana.

Ma sarebbe un errore pensare che tutto ritornerà come prima.

Esistono profonde e significative novità, che probabilmente non sono ascrivibili alla migliore tecnica normativa, ma che costituiscono veri e propri «compromessi politici» tesi a evitare le proteste già viste all’esito del varo del d.lgs. n. 28/2010.

Una «mediazione» nella «mediazione», quindi? Probabilmente, sì.

Del resto, la storia d’Italia è ricca di compromessi, spesso frutto di scelte gravi e dolorose, finalizzati comunque al raggiungimento di un obiettivo importante. Il Risorgimento ci ha consegnato uno dei massimi esempi in tal senso: per ottenere l’unità della Nazione, Cavour si fece artefice della cessione della Savoia e della contea di Nizza ai cugini d’Oltralpe. Venendo alle sciagurate conseguenze della partecipazione di un’Italia in camicia nera (sul finale sbiancata con un po’ di varechina) al secondo conflitto mondiale, si concretizzò un’altra «mediazione» che pose fine alla «questione triestina»: per riportare la meravigliosa città giuliana in Italia, il nostro Governo firmò il Trattato di Osimo, con cui si abbandonavano al loro destino i connazionali di territori annessi alla Jugoslavia.

I paragoni potrebbero apparire un po’ azzardati.

Eppure, ispirandosi agli esempi del passato, il Governo Letta ha deciso di giungere ad un compromesso, dando ingresso alle voci che da tempo stavano cercando di delegittimare gli strumenti di ADR, con innesti non del tutto apprezzabili, ma sicuramente «utili» all’obiettivo. Si è, così, deciso di «sacrificare» la materia della responsabilità da circolazione di veicoli e di natanti (che, peraltro, appariva di difficile mediazione, per l’ostinato rifiuto di partecipare alle sedute da parte delle compagnie di assicurazione), per non dimostrarsi insensibili al «grido di dolore» levato dai Giudici di Pace. Inoltre, si è dato accesso di diritto all’esercizio della nuova professionalità agli avvocati, i cui rappresentanti lamentavano di essere stati trascurati dal d.lgs. n. 28/2010.

Peraltro, si è deciso di introdurre una norma in virtù della quale il verbale di accordo, per essere omologato e divenire titolo esecutivo, deve essere firmato da tutti gli avvocati che assistono le parti. Nulla quaestio circa l’opportunità “politica” della norma. Ma non dobbiamo dimenticare che la disposizione che consente di ottenere un titolo esecutivo è la trasposizione di quanto previsto dal Legislatore europeo nell’art. 6 della direttiva 2008/52/CE e che la novità potrebbe tradire lo spirito di tale fonte (seppur dedicata principalmente alle controversie transfrontaliere).

Se, da una parte, si rafforza la «mediazione delegata», dato che l’avvio del procedimento diviene condizione di procedibilità, dall’altro lascia perplessi la previsione secondo cui il giudice, nell’ordinare alle parti di procedere alla mediazione, sarà tenuto ad indicare l’organismo di mediazione.

La scelta dell’Esecutivo è stata quella di scommettere sull’istituto, soprattutto per far fronte ai ben noti problemi della giustizia nazionale. In sintesi, non si è forse valorizzato il senso dei «considerando» della direttiva 2008/52/CE, ma si è posto risalto alla funzione deflattiva che la mediazione dovrebbe svolgere (congiuntamente alle altre misure previste dal decreto, in cui si assiste al reclutamento di un numero di magistrati onorari sicuramente insufficiente), prevedendo peraltro che le norme entreranno in vigore decorsi trenta giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione del decreto (in spregio alla prassi tipica della decretazione d’urgenza).

Da un certo verso, le motivazioni che stanno alla base della decisione del Governo non sono del tutto condivisibili. Del resto, la direttiva comunitaria indicava nella mediazione uno strumento di «risoluzione extragiudiziale conveniente e rapida», da valorizzare in quanto tale. Da un altro punto di vista, però, non si deve dimenticare che gli ostacoli all’esercizio del (pieno) diritto di accesso alla giustizia sono rappresentati da ben altri istituti, a partire dalle recenti riforme che hanno investito la materia delle impugnazioni civili. E’ evidente che sistemi che, come il nostro, contemplano un istituto come quello del «filtro» in appello dimostrano di non facilitare un approccio al mondo della giustizia, ma di comprimere sempre maggiormente il diritto riconosciuto dall’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. E’ chiaro, quindi, che -in un contesto come questo- il procedimento di mediazione si pone come strumento particolarmente efficace, se si considera, peraltro, che lo stesso, grazie alla recente riforma, diventerà ancora più economico, con la previsione di un incontro preparatore i cui costi sono estremamente ridotti, che sembra essere perfettamente in linea con gli orientamenti espressi dalla Corte di Giustizia (sentenza del 18 marzo 2010, cause riunite C-317/08, 318/08, 319/08, 320/08).

(Altalex, 25 giugno 2013. Articolo di Andrea Sirotti Gaudenzi)

SEGRETARIA FORNISCE ERRONEA INFORMAZIONE? STUDENTE UNIVERSITARIO VA RISARCITO
Cassazione civile , sez. III, sentenza  03.04.2013 n° 8097

Lo studente universitario che, a causa di un’informazione sbagliata, paga le tasse universitarie per iscriversi nuovamente all’Università, dopo averla interrotta, ha diritto al risarcimento del danno anche se la predetta informazione è stata resa oralmente anziché data per iscritto.

Con tale principio di diritto espresso nella sentenza 3 aprile 2013, n. 8097 il giudice di legittimità contribuisce a rendere più chiaro per milioni di studenti universitari il sistema burocratico delle Università italiane sempre più complicato e parco di informazioni.

La vicenda da cui trae origine la decisione del Supremo Collegio riguarda uno studente universitario della facoltà di medicina dell’Università degli studi di Messina che, dopo aver sostenuto nove esami, aveva interrotto i propri studi universitari. Otto anni più tardi, lo studente decide di riprendere i propri studi dopo essere stato rassicurato dal funzionario della segreteria dell’Università sul fatto che disponeva di un anno di tempo per sostenere un esame qualsiasi e regolarizzare la propria posizione amministrativa mediante il pagamento delle tasse arretrate. Senonchè, lo studente, recatosi di nuovo in segreteria l’anno successivo con le ricevute degli effettuati versamenti per iscriversi nuovamente alla facoltà veniva a sapere che ormai da un anno era intervenuta la decadenza dell’immatricolazione ai sensi di legge per non aver sostenuto alcun esame entro otto anni dall’ultimo.

Il funzionario della segreteria dell’Università e quest’ultima, convenuti in giudizio davanti al Tribunale di Messina, vengono condannati rispettivamente ad un corposo risarcimento e alla restituzione di quanto inutilmente versato per tasse al fine di regolarizzare la prima immatricolazione.

Ma la Corte territoriale, con sentenza 11 maggio 2006, n. 238 ribalta la decisione del giudice di primo grado perché “non era provato” che il funzionario “avesse dato un’erronea informazione sulla data dell’ultimo esame sostenuto” e anche e soprattutto perché “le informazioni rese dalla pubblica amministrazione sono atti amministrativi e questi possono obbligare e vincolare la stessa solo se sono quelli tipici, cioè atti scritti”.

Da qui la decisione dell’ex studente di adire la Suprema Corte, la quale accoglie il ricorso, rinviando alla Corte d’Appello affinché si pronunci di nuovo sulla richiesta di risarcimento dei danni avanzata dall’uomo nei confronti del pubblico impiegato e dell’Università. In particolare, il Supremo Collegio, investito della questione, ha ritenuto di dover accogliere l’istanza dell’ex studente universitario alla luce di una diversa lettura delle motivazioni addotte dalla Corte d’Appello a fondamento della sua decisione.

Innanzitutto, la Corte di Cassazione, riguardo all’argomento inerente la presunta inesistenza della prova dell’errore commesso dal dipendente dell’Università, mettendo in evidenza come un simile sbaglio sia stato riconosciuto dallo stesso funzionario, afferma espressamente come errori di questo tipo non possano essere giustificati in quanto meri errori.

Ma è soprattutto il motivo inerente la necessità della forma scritta a non essere condiviso dal giudice di legittimità. Per il Supremo Collegio, infatti, se la forma scritta è necessaria per gli obblighi assunti dalla pubblica amministrazione mediante contratto, essa non è richiesta, invece, per “le obbligazioni derivanti da illecito o da attività illegittima che ben possono essere integrati da atti meramente materiali o addirittura da omissioni”. E questo è il caso della vicenda in esame perché - osservano gli Ermellini - “l’errore del pubblico impiegato” era “integrato da un’informazione erronea in relazione alle risultanze documentali di cui egli disponeva”.

Ciò che è evidente - conclude la Corte di Cassazione - affidando di nuovo, come precisato, la questione alla Corte d’Appello - è che “non esiste alcuna disposizione normativa che imponga alla p.a. di offrire informazioni solo per iscritto,- segnatamente se - come nella specie - si tratti di informazione data allo sportello di una segreteria universitaria”.

OFFENDE TRAMITE IL BLOG: E' DIFFAMAZIONE AGGRAVATA
 
Tribunale Varese, Uff. GIP, sentenza  08.04.2013 n° 116 
 

Questa sentenza del G.I.P. del Tribunale di Varese affronta uno degli argomenti più dibattuti degli ultimi tempi che ha visto anche aspri scontri tra giuristi ed Istituzioni. Si fa riferimento, in particolare, alla responsabilità di un blogger per i contenuti immessi in rete tramite il sito di cui è titolare, anche se ovviamente questo discorso può essere allargato ad altri strumenti del web ed in particolare del web 2.0.

Nel caso di specie la blogger viene condannata per diffamazione in quanto sul proprio sito avvia una campagna denigratoria nei confronti delle case editrici a pagamento, utilizzando espressioni ed immagini pesanti ed offensive rivolte, in particolare, ad una responsabile editoriale. Tale comportamento ha dato luogo, secondo quello che è lo spirito della Rete, ad ulteriori messaggi offensivi di terze persone ovviamente non bannati dalla responsabile del blog.

L’organo giudicante nel motivare la propria decisione distingue innanzitutto tra affermazioni che per quanto forti si risolvono in una critica legittima, anche se particolarmente accesa ed affermazioni che per il loro contenuto offensivo si rivelano palesemente diffamatorie.

Inoltre lo stesso G.I.P. si trova nell’evidente difficoltà di inquadrare giuridicamente il fenomeno Internet ed in particolare il blog ai fini della configurazione del reato. In questo caso, ritorna in auge “l’antica” ma ancora molto attuale questione dell’equiparazione tra comunicazione giornalistica su Internet e comunicazione tradizionale della carta stampata, che nel caso di specie viene giustamente negata dall’organo giudicante sulla scorta, anche, di un’ampia conforme giurisprudenza di merito (G.i.p. Tribunale Oristano, sent. 25 maggio 2000, n. 137) e di legittimità (Cass, V, n. 1907 del 16 luglio–1° ottobre 2010). L’assunto fondamentale rimane quello del divieto dell’analogia “in malam partem” in materia penale ed a nulla vale una ricostruzione storico-interpretativa dell’ art. 1 della L. 8 febbraio 1948, n. 47 che potrebbe condurre l’interprete ad attribuire a un sito Internet, sulla base di caratteristiche intrinseche e fenomeniche, nonché formali (la registrazione) la natura di “stampa”.

Lo stesso G.I.P. però ritiene che il sito in argomento costituisce la base per la costruzione di un gruppo settoriale di interesse, composto da scrittori esordienti, o aspiranti tali, mediante la discussione di temi comuni e partendo da questo importante presupposto è possibile quindi giungere alle conclusioni che sono proprie della sentenza.

Nessun dubbio sussiste in merito alla configurabilità della diffamazione aggravata in quanto ci si trova nell’ambito di una comunicazione rivolta a più persone e viene utilizzato un “mezzo di pubblicità”.

Inoltre ai fini dell’’attribuzione soggettiva di responsabilità all’imputata essa viene qualificata come diretta sia per i contenuti pubblicati dall’imputata che per quelli inseriti dagli altri utenti. Difatti l’imputata in qualità di amministratrice del sito viene ritenuta responsabile di tutti i contenuti di esso accessibili dalla Rete a prescindere dall’esistenza di filtri. Non rileva, al fine di escludere la responsabilità penale dell’imputata, la clausola di attribuzione esclusiva di responsabilità agli autori dei commenti contenuta in un “regolamento” di natura esclusivamente privata per l’utilizzazione del sito. Gli stessi autori possono al massimo concorrere al reato, se identificati.

La ricostruzione e le conclusioni del G.I.P. del Tribunale di Varese possono ritenersi sostanzialmente corrette. Difatti stante il divieto di analogia in materia penale, non sembra possibile assimilare le comunicazioni via internet a quelle telefoniche o alla stampa, mentre appare opportuno avvalersi di un'interpretazione estensiva delle espressioni "scritti" e "disegni" di cui all’art. 595 c.p., riferibile anche ai contenuti diffusi via internet.

Quanto al requisito richiesto dalla norma, secondo cui gli atti lesivi devono essere diretti alla persona offesa, non si hanno dubbi che ciò accada allorché il messaggio sia veicolato da posta elettronica all’indirizzo del destinatario. Più problematica risulta l’ipotesi in cui l’offesa sia veicolata attraverso un mezzo che raggiunge più persone contemporaneamente (newsgroup, mailing list, siti web). In questi casi, si ritiene non si integri il delitto di ingiuria, bensì quello di diffamazione aggravata.

L’ampia casistica in materia di condotte diffamatorie presenta un intimo legame con l’attività giornalistica e la libertà di informazione, tale che l’evoluzione della giurisprudenza ne risulta fortemente influenzata. Si registra che un vastissimo numero di pronunce sia diretto all’accertamento della possibilità di invocare le scriminanti del diritto di cronaca e del diritto di critica nell’ambito della professione giornalistica.

Ma si pensi alle opinioni espresse attraverso siti internet, newsgroup e blog, che non necessariamente costituiscono mezzi di informazione giornalistica e per le quali non sono invocabili i diritti di cronaca o di critica.

Per molti, però, il diritto di critica non sarebbe una mera specificazione del diritto di cronaca e come tale non sarebbe invocabile esclusivamente da chi esercita l’attività giornalistica.

Il diritto di critica ha un carattere autonomo e può essere esercitato da chiunque, nel rispetto dei confini stabiliti dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione in materia di diritto di cronaca: a) utilità sociale dell’informazione; b) verità; c) forma civile dell’esposizione dei fatti.

(Altalex, 16 maggio 2013. Nota di Michele Iaselli.

RELAZIONE PLATIONICA VIA INTERNET NON FA SCATTARE L'ADDEEBITO DELLA SEPARAZIONE 
 

Cassazione civile , sez. I, sentenza  12.04.2013 n° 8929 
 

La sentenza della Cassazione n. 8929/2013 ha ribaltato la decisione del tribunale di Forlì che aveva dichiarato la separazione di una coppia con addebito in capo alla moglie, perché la stessa aveva intrattenuto una relazione con un altro uomo fatta di scambi di messaggi telefonici o via internet senza mai concretarsi in incontri sessuali.

La pronuncia di primo grado era stata fondata sulla testimonianza della moglie dell’uomo presunto amante, la quale aveva confermato il ritrovamento di una lettera dal tenore amoroso inviata dal marito e aveva constatato lo scambio di numerosi messaggi con il telefono.

La Corte d’Appello approda ad una decisione diametralmente opposta. Dalla deposizione della teste e dalle altre prove dedotte in giudizio, non è possibile affermare che tra i rispettivi coniugi delle due coppie fosse intercorsa una relazione extra coniugale sfociata in incontri sessuali anche occasionali. Inoltre dal tono delle mail scambiate non emergeva una corrispondenza reciproca di sentimenti, poiché soltanto da parte dell’uomo appariva il coinvolgimento sentimentale, non corrisposto però dalla donna.

Secondo la Corte, l’addebito non poteva essere basato su una relazione platonica tra l’altro non corrisposta, e inoltre il rapporto non avrebbe avuto quei connotati tali da recare offesa alla dignità e l’onore del marito per le modalità discrete con cui si era svolta.

Non sarebbe infine stato dimostrato il nesso causale tra la relazione, durata un anno e da tempo interrotta, e la crisi del matrimonio. Infine, non può avere rilevanza il fatto che l’altra coppia si fosse separata (consensualmente) a causa della presunta relazione del marito. La deposizione della teste era, infatti, basata sulla propria situazione e non è corretto effettuare un parallelismo automatico tra le due coppie in relazione alle cause della rottura dell’unione.

La Cassazione conferma la sentenza di appello. Sulla base delle risultanze acquisite in giudizio, non si può parlare di adulterio solo perché il coniuge intrattiene con un estraneo una relazione di “scambio interpersonale” che non è idonea a destare il sospetto di infedeltà coniugale e a offendere la dignità e l’onore dell’altro coniuge.

La sentenza contiene un cambio di orientamento rispetto alla precedente giurisprudenza della stessa Corte.

Con una pronuncia del 2008, la Cassazione aveva dichiarato che l’addebito richiede l’accertamento di un comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio indicati nell'art. 143 c.c., fra i quali l'obbligo della fedeltà, ma tale dovere è da intendersi non soltanto come astensione da relazioni sessuali extraconiugali, ma anche come impegno a non tradire la fiducia reciproca, sia sul piano della dedizione fisica sia sul piano spirituale.

La Cassazione, in quell’occasione aveva accostato il concetto di fedeltà coniugale a quello di lealtà, la quale impone di sacrificare gli interessi e le scelte individuali di ciascun coniuge in conflitto con gli impegni e le prospettive della vita comune. La Corte aveva individuato un concetto di fedeltà più ampio, di cui fa parte la fedeltà affettiva, che comporta di sacrificare le proprie scelte personali in favore di quelle imposte dal legame di coppia (Cass. Civ., sentenza 11 giugno 2008, n. 15557).

Il caso esaminato riguardava la relazione di amicizia di un marito con una collega di lavoro, con la quale trascorreva molto tempo per motivi lavorativi e con la quale aveva pernottato una notte nella stessa camera di un albergo.

Questa’ultima circostanza aveva ulteriormente indotto i giudici a ritenere provato il tradimento poiché la relazione di un coniuge con estranei rende addebitabile la separazione quando, in considerazione degli aspetti esteriori con cui è coltivata e dell'ambiente in cui i coniugi vivono, generi plausibili sospetti di infedeltà e quindi, anche se non si sostanzia in un adulterio, comporta comunque offesa alla dignità e all'onore dell'altro coniuge (Cass. Civ. n. 6834/1998 e Cass. Civ. n. 3511/1994).

FARMACI CHE ALZANO IL TASSO ALCOLEMICO NON SALVANO IL CONDUCENTE
 
Cassazione penale , sez. IV, sentenza  03.04.2013 n° 15562
 

Il conducente che è consapevole di assumere medicinali in grado di incidere sulla presenza di alcool nel sangue, non deve mettersi alla guida. E' quanto emerge dalla sentenza 3 aprile 2013, n. 15562 della Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione.

Il caso vedeva un uomo, dopo aver provocato, alla guida della sua vettura, un incidente stradale, essere sottoposto alla prova dell'etilometro, il quale segnalava la presenza di alcool nel sangue ad un livello superiore a 1,5 g/l.

Sebbene il conducente avesse ammesso di aver assunto dei farmaci idonei ad alterare i valori del tasso alcolemico in misura superiore a 0,5 g/l. e di aver bevuto alcolici a pranzo, fino alle ore 15, l’accertamento effettuato dai carabinieri era avvenuto ben 9 ore dopo, chiaro indizio, secondo il ricorrente, dell’incidenza causale dei medicinali assunti sulla persistenza di un alto tasso alcolemico.

L'espletamento di una perizia sarebbe stato quindi assolutamente necessario al fine di individuare in quale misura i medicinali avessero influito sulla protrazione nel tempo degli effetti dell'alcool, dal momento che l'accertamento anche di una minima influenza avrebbe potuto condurre alla conclusione che senza quei farmaci il tasso alcolemico del ricorrente sarebbe stato inferiore a 1,5 g/l, con tutte le conseguenze anche in ordine al trattamento sanzionatorio.

Gli ermellini sono di contrario avviso: "non può certo ritenersi che l'espletamento di una perizia, diretta ad accertare l'idoneità dei farmaci assunti dal ricorrente ad alterare i valori del tasso alcolemico in misura superiore a 0,5 g/l., assumesse il carattere della indispensabilità ai fini del decidere", atteso che comunque il ricorrente, che conosceva gli effetti dei farmaci che assumeva, mai avrebbe dovuto porsi alla guida di un'autovettura.

(Altalex, 11 aprile 2013. Nota di Simone Marani.

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